Zelensky e il piano russo su Kiev, le uniformi da parata trovate nei mezzi militari
Nei mezzi russi fermati alle porte di Kiev furono trovate anche uniformi da parata. Zelensky ricorda il piano di Mosca per occupare la capitale in tre giorni e racconta le decisioni prese nelle prime settimane dell'invasione.
La conquista di Kiev in appena tre giorni, seguita da una celebrazione della vittoria nelle strade della capitale ucraina. Era questo, secondo Volodymyr Zelensky, lo scenario immaginato dalla leadership russa quando ordinò l'invasione su vasta scala del 24 febbraio 2022. A raccontarlo è lo stesso presidente ucraino durante un'intervista concessa a Steven Bartlett per il podcast The Diary of a CEO, nella quale ripercorre le prime settimane del conflitto e gli errori di valutazione attribuiti a Vladimir Putin.
Tra i ricordi di quei giorni c'è un particolare che Zelensky considera particolarmente significativo. Nei carri armati e negli altri veicoli russi distrutti o fermati dai militari ucraini vennero ritrovate uniformi da cerimonia. Non si trattò, sostiene, di un episodio isolato: gli indumenti erano presenti in diversi mezzi, a conferma dell'aspettativa di poter celebrare rapidamente il successo dell'operazione.
Il presidente ucraino sostiene che Mosca intendesse organizzare una manifestazione simbolica lungo Khreshchatyk, la principale arteria di Kiev, e nella piazza dell'Indipendenza, conosciuta come Maidan Nezalezhnosti. Una rappresentazione della vittoria che, nei piani attribuiti al Cremlino, avrebbe dovuto seguire la caduta della capitale nel giro di pochissimi giorni.
Zelensky torna anche sulle circostanze che precedettero l'attacco. Le esercitazioni dell'esercito russo in Bielorussia erano note, ma l'ipotesi che quelle truppe potessero attraversare il confine e puntare direttamente su Kiev non era stata adeguatamente considerata. Anche tra gli interlocutori internazionali prevaleva, secondo il suo racconto, la convinzione che Putin stesse esercitando pressioni sull'Ucraina senza voler necessariamente avviare una guerra. Alcuni leader europei avevano ricevuto dal presidente russo rassicurazioni sull'assenza di intenzioni offensive.
La resistenza incontrata dalle forze di Mosca viene ricondotta da Zelensky soprattutto a un errore politico e militare: aver sottovalutato l'identità nazionale degli ucraini e la loro determinazione a difendere il Paese. A suo giudizio, la relativa facilità con cui la Russia aveva preso il controllo della Crimea nel 2014 aveva alimentato l'aspettativa di poter ripetere un'operazione altrettanto rapida nella capitale.
Nell'intervista il presidente respinge inoltre la ricostruzione secondo cui il fallimento dell'offensiva sarebbe dipeso principalmente da un errore di percorso della lunga colonna di mezzi militari diretta verso Kiev. I reparti russi, osserva, riuscirono effettivamente ad avanzare, occupando alcune località e aggirandone altre dove incontravano resistenza.
La difficoltà decisiva, nella sua analisi, riguardava invece il numero di soldati necessari per sostenere l'operazione. Ogni centro abitato conquistato richiedeva infatti la presenza di uomini incaricati di mantenerne il controllo, riducendo progressivamente le forze disponibili per proseguire verso Kiev. Zelensky stima che per prendere la capitale sarebbero serviti tra 300 e 400 mila militari, circa il doppio degli effettivi necessari rispetto a quelli impiegati secondo la sua valutazione.
Un altro passaggio dell'intervista riguarda la telefonata ricevuta da Joe Biden durante le prime giornate dell'invasione. L'allora presidente degli Stati Uniti propose di aiutare Zelensky a lasciare l'Ucraina insieme alla famiglia, mentre le truppe russe avanzavano verso la capitale. Il leader ucraino rifiutò l'offerta, pronunciando la frase diventata uno dei simboli della resistenza di Kiev: «Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio».
Il racconto si conclude con una riflessione sulla percezione personale di quelle prime settimane. Zelensky spiega di aver compreso pienamente la gravità di quanto stava accadendo soltanto una ventina di giorni dopo l'inizio dell'invasione. Fino ad allora, racconta, le necessità operative avevano assorbito completamente le sue giornate: organizzare la difesa, assicurare i rifornimenti, mantenere percorribili le strade e assumere decisioni continue.
Solo quando il ritmo delle attività cominciò a diminuire leggermente, il presidente riuscì a elaborare la portata degli eventi. Fu allora, ricorda, che prese davvero coscienza della tragedia attraversata dal Paese. Nei primi giorni, invece, non aveva avuto spazio per fermarsi a riflettere: aveva semplicemente continuato a lavorare.
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