Stipendi dei docenti, in Italia servono 35 anni per arrivare al massimo della retribuzione
Per raggiungere il massimo dello stipendio, un insegnante italiano deve attendere 35 anni di servizio, contro i 21 della media internazionale. Solo il 22,6% è soddisfatto della paga, mentre cresce il peso di chi arriva da altre professioni.
La carriera economica degli insegnanti italiani procede a una velocità decisamente inferiore rispetto a quella di molti colleghi stranieri. Per raggiungere l'ultimo livello retributivo occorrono 35 anni di servizio, mentre nei Paesi dell'area Ocse la media si ferma a 21 anni. Un divario che si accompagna a stipendi poco competitivi rispetto a quelli degli altri lavoratori laureati e a una soddisfazione economica tra le più basse nel confronto internazionale.
Il quadro emerge dall'analisi realizzata dal portale specializzato Skuola.net attraverso i dati contenuti nei rapporti dell'Ocse, tra cui "Education at a Glance", e della Commissione europea, con particolare riferimento alle rilevazioni della rete Eurydice. I numeri descrivono una professione nella quale la sicurezza dell'impiego continua a rappresentare un elemento positivo, senza però cancellare le difficoltà legate alla retribuzione e alle possibilità di avanzamento.
Secondo il modulo Talis dell'Ocse, appena il 22,6% degli insegnanti italiani della Scuola secondaria di primo grado considera soddisfacente il proprio stipendio. La percentuale risulta sensibilmente inferiore sia alla media Ocse del 38,7% sia a quella europea del 37,3%. Il giudizio cambia quando vengono valutati gli altri aspetti del rapporto di lavoro: il 66,7% dei professori italiani esprime infatti soddisfazione per le condizioni contrattuali complessive, comprese flessibilità, orari, stabilità e possibilità di conciliare professione e vita privata.
Su quest'ultimo indicatore, la distanza dagli altri Paesi è contenuta. La quota di insegnanti soddisfatti delle condizioni generali di impiego raggiunge il 68,4% nell'area Ocse e il 69,8% nell'Unione europea. La principale criticità italiana riguarda dunque il trattamento economico, più che la valutazione complessiva del contratto.
Il confronto con le retribuzioni degli altri laureati conferma lo svantaggio. Nella scuola dell'infanzia, un insegnante italiano percepisce mediamente il 36% in meno rispetto a un lavoratore a tempo pieno con un titolo universitario equivalente. Per i professori della secondaria di primo grado la differenza si attesta al 33%. Una distanza che riguarda quindi diversi livelli del sistema scolastico e non soltanto una specifica categoria di docenti.
Anche dopo molti anni trascorsi in aula, il recupero economico rimane limitato. Un insegnante italiano della scuola secondaria di primo grado con 15 anni di anzianità percepisce mediamente circa 32.892 euro lordi all'anno, equivalenti a 52.613 dollari calcolati a parità di potere d'acquisto. La media dei Paesi dell'Unione europea supera invece i 62.650 dollari, con una differenza vicina ai 10mila dollari annui.
Le rilevazioni Eurydice mostrano quanto incidano le regole nazionali sulla progressione degli stipendi. In Italia gli aumenti sono collegati principalmente all'anzianità di servizio e non prevedono un percorso articolato di avanzamento professionale intermedio tra insegnante e dirigente scolastico. Il risultato è una crescita distribuita su quasi tutta la vita lavorativa, con il massimo salariale raggiungibile soltanto dopo 35 anni.
Una durata simile si registra anche in Irlanda, ma altrove i tempi sono notevolmente più brevi. Nei Paesi Bassi bastano generalmente tra 12 e 16 anni per arrivare alla fascia retributiva superiore, con la possibilità di ottenere uno stipendio anche doppio rispetto a quello iniziale. In Scozia, Canada e Nuova Zelanda il livello massimo viene raggiunto nell'arco di circa dieci anni, talvolta anche prima. Alcuni sistemi prevedono inoltre ruoli professionali intermedi e responsabilità differenziate, ai quali possono corrispondere ulteriori incrementi economici.
Accanto alla questione salariale, i dati mettono in luce una caratteristica significativa del personale scolastico italiano: la presenza relativamente elevata di insegnanti che hanno intrapreso la professione dopo un'altra esperienza lavorativa. Circa il 15% dei docenti della secondaria di primo grado ha trascorso almeno dieci anni in settori diversi dall'istruzione prima di ottenere una cattedra, contro una media Ocse dell'8,4%.
L'ingresso di professionisti provenienti da altri ambiti può contribuire a fronteggiare la carenza di insegnanti qualificati e a trasferire nella didattica competenze maturate direttamente nel mondo del lavoro. Il passaggio alla scuola, tuttavia, comporta l'inserimento nello stesso sistema retributivo degli altri docenti, con le medesime limitazioni nella progressione economica.
Un altro elemento riguarda l'età del personale. Nel 2024, il 36% degli insegnanti italiani della scuola secondaria aveva almeno 55 anni, rispetto al 25% registrato mediamente sia nell'area Ocse sia nell'Unione europea. La scuola italiana conserva quindi una componente senior particolarmente consistente, anche se il confronto con il passato mostra un graduale ricambio generazionale.
Nel 2015, infatti, i docenti appartenenti alla fascia di età dai 55 anni in su rappresentavano il 46% del totale. Nell'arco di circa un decennio la loro incidenza si è ridotta di dieci punti percentuali, pur rimanendo superiore ai livelli internazionali.
Resta marcata anche la prevalenza femminile nell'insegnamento. Nella scuola dell'infanzia italiana le donne costituiscono il 98% del personale docente, contro una media Ocse del 96%. Nella secondaria di primo grado la componente femminile raggiunge invece il 76%, otto punti percentuali sopra il dato medio internazionale del 68%.
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