Pensioni basse, il confronto sui netti: con 807 euro lordi si può incassare meno di chi ne matura 384

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Una pensione maturata con oltre il doppio dei contributi può lasciare in tasca qualche euro in meno rispetto a un assegno più basso. Il confronto sui trattamenti del 2025 mostra l'effetto combinato di integrazioni, maggiorazioni e tasse.

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Pensioni basse, il confronto sui netti: con 807 euro lordi si può incassare meno di chi ne matura 384
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Avere maturato una pensione più elevata grazie ai contributi versati durante la vita lavorativa non garantisce sempre un assegno netto superiore. Nelle fasce più basse del sistema previdenziale italiano, l'applicazione delle integrazioni assistenziali e delle imposte può produrre risultati inattesi, fino a ridurre quasi completamente la differenza economica tra trattamenti inizialmente molto distanti.

A documentare questo meccanismo è uno studio dell'Ufficio Previdenza della Cgil e dello Spi, relativo al 2025 e analizzato dal Corriere della Sera. L'indagine prende in esame quello che viene definito «paradosso redistributivo», mostrando come maggiorazioni sociali, integrazione al minimo e prelievo fiscale possano incidere sull'importo effettivamente ricevuto dai pensionati.

Il dato più significativo riguarda due trattamenti contributivi che, pur partendo da valori molto diversi, producono un risultato netto praticamente identico. Un pensionato che ha maturato 384,62 euro mensili arriva infatti a riceverne 749,11, mentre chi parte da 807,69 euro lordi ne conserva 745,97 dopo le trattenute. Il secondo, nonostante una pensione iniziale più che doppia, incassa quindi 3,14 euro in meno ogni mese.

La spiegazione si trova nei meccanismi di sostegno previsti per gli assegni più bassi. Nel primo esempio, corrispondente a una pensione maturata di 5.000 euro annui, l'integrazione al minimo porta il trattamento mensile a 603,40 euro. A questa cifra si aggiungono 13,27 euro di incremento transitorio e una maggiorazione sociale di 132,44 euro. Il totale raggiunge così 749,11 euro, senza trattenute Irpef o addizionali.

La situazione cambia per chi ha maturato una pensione di 9.000 euro annui, pari a 692,31 euro mensili. In questo caso non viene riconosciuta l'integrazione al minimo e la maggiorazione sociale scende a 43,53 euro. L'importo complessivo lordo arriva a 735,84 euro, ma il pagamento delle imposte riduce ulteriormente la somma disponibile. Considerando 11,32 euro di Irpef, 8,51 euro di addizionale regionale e 5,54 euro di addizionale comunale, il netto si ferma a 710,47 euro.

Nel terzo esempio la pensione maturata raggiunge 10.500 euro annui, equivalenti a 807,69 euro al mese. Il beneficiario non accede né all'integrazione al minimo né alle maggiorazioni sociali. Deve inoltre sostenere 45,29 euro di Irpef, 9,93 euro di addizionale regionale e 6,50 euro di addizionale comunale. Il risultato finale è un assegno netto di 745,97 euro, inferiore a quello del primo pensionato.

Si tratta di simulazioni riferite a persone che hanno effettivamente versato contributi previdenziali. Anche il trattamento iniziale da 384,62 euro deriva da una pensione maturata attraverso il lavoro. Gli importi netti, inoltre, non sono automaticamente applicabili a tutti i pensionati con lo stesso lordo, perché le addizionali fiscali possono variare in base al Comune e alla Regione di residenza.

Un ulteriore elemento di confronto riguarda l'assegno sociale, prestazione assistenziale destinata a chi soddisfa determinati requisiti economici e personali, anche in assenza di contributi previdenziali. Nel 2025 il suo valore ordinario era di 538,69 euro mensili. Attraverso gli incrementi previsti dalla normativa, i beneficiari in possesso di tutte le condizioni richieste potevano raggiungere 747,84 euro netti per tredici mensilità, equivalenti a 9.721,92 euro annui.

Confrontando tale importo con il terzo esempio dello studio, l'assegno sociale maggiorato risultava superiore di 1,87 euro mensili rispetto alla pensione contributiva da 807,69 euro lordi. Non significa, tuttavia, che chiunque arrivi all'età pensionabile senza aver lavorato possa ottenere automaticamente quella somma. L'accesso alla prestazione e alle relative maggiorazioni è subordinato a specifici requisiti, tra cui età, reddito e situazione coniugale.

Nel 2026 il quadro economico è cambiato ulteriormente. La rivalutazione dell'1,4% ha portato l'importo ordinario dell'assegno sociale a 546,24 euro mensili, riconosciuti per tredici mensilità. Per accedere alla prestazione, il limite di reddito annuo è fissato a 7.101,12 euro per le persone non coniugate e a 14.202,24 euro per quelle coniugate. L'assegno sociale non è soggetto a trattenute Irpef.

Le tabelle Inps indicano inoltre una maggiorazione massima di 202,05 euro mensili. La legge di Bilancio 2026 ha introdotto un ulteriore aumento strutturale di 20 euro al mese per tredici mensilità, accompagnato dall'innalzamento di 260 euro del limite reddituale previsto per beneficiare dell'incremento.

Per chi soddisfa tutte le condizioni richieste, l'importo teorico massimo può quindi raggiungere 768,29 euro netti mensili, ottenuti sommando i 546,24 euro dell'assegno ordinario, i 202,05 euro della maggiorazione e i 20 euro aggiuntivi. Su tredici mensilità, il valore complessivo arriva a 9.987,77 euro annui.

Secondo l'analisi sindacale, queste differenze mostrano una criticità nel rapporto tra previdenza, assistenza e sistema fiscale. Il problema non riguarda l'esistenza dei sostegni economici destinati alle persone con redditi insufficienti, considerati dalla Cgil strumenti necessari per contrastare la povertà, ma il modo in cui tali misure interagiscono con le Pensioni costruite attraverso i contributi.

Quando un incremento del trattamento previdenziale comporta la perdita di una maggiorazione e contemporaneamente determina un aumento della tassazione, il beneficio economico derivante dai maggiori versamenti può ridursi sensibilmente. Il confronto mette così in luce una situazione nella quale pensioni maturate con importi differenti finiscono per garantire disponibilità mensili quasi equivalenti, arrivando in alcuni casi a invertire il vantaggio economico iniziale.

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