Ricina a Pietracatella, indagini sui 131 reperti e sulla cena del 23 dicembre
L’inchiesta sulla morte per ricina di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara a Pietracatella si concentra sui reperti raccolti in casa. Gli accertamenti di Berlino, non ancora conclusi, dovranno chiarire come il veleno sia stato ingerito.
Restano gli accertamenti scientifici a indicare la strada nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, decedute alla fine di dicembre 2025 dopo un avvelenamento da Ricina. La Procura di Larino procede contro ignoti per l’ipotesi di duplice omicidio premeditato, mentre gli investigatori cercano di ricostruire il momento e le modalità con cui la sostanza tossica sarebbe stata ingerita.
Una parte decisiva delle verifiche riguarda l’abitazione della famiglia a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Nel corso degli accertamenti svolti a luglio sono stati effettuati 131 prelievi su oggetti, abiti, superfici e altri materiali presenti nella casa. Campioni e reperti sono stati affidati anche agli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino, chiamati a individuare eventuali tracce riconducibili alla ricina.
Le conclusioni ufficiali degli esperti tedeschi non risultano ancora depositate. Gli accertamenti dovranno essere confrontati con quelli eseguiti sugli alimenti e sugli altri materiali sequestrati nel corso dell’inchiesta, per stabilire se sia possibile individuare il veicolo attraverso il quale Antonella e Sara entrarono in contatto con il veleno.
Uno dei momenti sui quali si concentra la ricostruzione è la cena del 23 dicembre 2025. Quella sera, secondo quanto riferito durante le indagini, a tavola c’erano Antonella Di Ielsi, Sara e Gianni Di Vita, marito della donna e padre della ragazza. La figlia maggiore Alice non era presente. Nei giorni successivi Antonella e Sara accusarono nausea, vomito e altri disturbi gastrointestinali.
Anche Gianni Di Vita riferì di aver avuto un malessere, ma gli esami non hanno accertato in lui un avvelenamento da ricina. Gli investigatori stanno quindi cercando di capire quale alimento o bevanda possa essere stato consumato soltanto dalle due vittime oppure in quantità o modalità differenti dagli altri componenti della famiglia.
La presenza della ricina nell’organismo di madre e figlia era stata individuata nei mesi successivi dal Centro Antiveleni Maugeri di Pavia. Gli esami autoptici, depositati a luglio, hanno poi confermato che entrambe sono morte in seguito all’intossicazione provocata dalla sostanza.
Secondo Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni di Pavia, gli elementi disponibili indicano nell’ingestione la modalità compatibile con l’avvelenamento. L’esperto ha precisato però che i dati tossicologici, da soli, non permettono di stabilire se l’esposizione sia stata volontaria oppure accidentale.
La difesa di Gianni Di Vita, affidata all’avvocato Vittorino Facciolla, continua infatti a chiedere che venga mantenuta aperta anche l’ipotesi di un incidente. Sarà il confronto tra i risultati ottenuti sui cibi, sugli oggetti presenti nell’abitazione e sui campioni raccolti durante il sopralluogo estivo a fornire nuovi elementi sulla provenienza della sostanza.
Nel frattempo la Squadra mobile di Campobasso ha raccolto numerose testimonianze e ricostruito rapporti personali, abitudini e spostamenti delle persone vicine alla famiglia. Nel corso dei mesi sono state ascoltate più volte persone informate sui fatti, comprese conoscenze e amici dei Di Vita, mentre sono stati esaminati anche dispositivi elettronici e ricerche effettuate attraverso computer e telefoni.
L’inchiesta resta aperta e senza persone formalmente indicate come responsabili del presunto duplice omicidio. La Procura ha chiesto di proseguire le indagini, considerate particolarmente complesse, in attesa soprattutto degli esiti completi delle analisi scientifiche. Saranno questi risultati a dover chiarire dove si trovasse la ricina e come sia arrivata fino alle due vittime.
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