Kefir e longevità, Garattini sfata il mito e punta su attività fisica e rapporti sociali

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Silvio Garattini boccia l’idea che il kefir possa allungare la vita e ricorda che la longevità dipende da molti fattori. Per il farmacologo contano soprattutto attività fisica, relazioni sociali e un cervello mantenuto attivo.

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Kefir e longevità, Garattini sfata il mito e punta su attività fisica e rapporti sociali
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Il kefir può trovare posto nell’alimentazione, ma attribuirgli un effetto diretto sulla durata della vita non ha basi sufficienti. Silvio Garattini, farmacologo e presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ha ridimensionato le aspettative legate alla bevanda fermentata intervenendo nel programma televisivo La volta buona.

Garattini, nato il 12 novembre 1928 e prossimo ai 98 anni, ha spiegato che la longevità non può essere ricondotta al consumo di un singolo alimento. Il kefir, a suo giudizio, può avere effetti utili sull’attività intestinale, ma vivere più a lungo dipende dall’interazione di numerosi elementi, dalle quantità consumate agli abbinamenti tra cibi fino alle abitudini quotidiane.

Il farmacologo ha richiamato l’attenzione anche sulle possibili interazioni tra alimentazione e medicinali. Alcuni prodotti possono modificare l’assorbimento o il metabolismo dei farmaci e, in determinate condizioni, contribuire ad aumentare il rischio di effetti indesiderati. Garattini ha citato inoltre il consumo di vino, ricordando i rischi associati all’alcol e il suo legame accertato con diversi tumori.

Per favorire un invecchiamento in buona salute, secondo Garattini, assumono maggiore rilievo comportamenti mantenuti nel tempo. Tra questi indica l’esercizio fisico, una vita sociale attiva e la capacità di continuare a impegnare il cervello con attività, interessi e relazioni.

Il ricercatore ha raccontato anche un recente incontro a Trieste con cinquanta centenari, descritti come persone ancora impegnate in attività creative e quotidiane, dalla scrittura al canto fino alla poesia. Ha inoltre ricordato studi condotti su persone seguite dagli 80 ai 95 anni, nei quali i rapporti sociali sono risultati particolarmente rilevanti nel contrasto al declino cognitivo e alla demenza senile.

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