Trump e il potere negli Usa, oltre 400 ex funzionari lanciano l'allarme sulle istituzioni

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Oltre 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza Usa accusano Donald Trump di concentrare il potere e indebolire i contrappesi istituzionali, contestando anche l’uso di nulla osta e informazioni declassificate contro critici e rivali.

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Più di 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale statunitense accusano Donald Trump di aver progressivamente concentrato il potere durante il suo secondo mandato, riducendo il peso dei controlli istituzionali e usando prerogative presidenziali anche contro alcuni suoi critici. Gli ex dirigenti fanno parte di The Steady State, rete nata nel 2016 che riunisce professionisti con esperienza negli apparati di sicurezza americani.

Tra loro c’è Paul Kolbe, ex capo stazione della Cia con incarichi nell’ex Unione Sovietica e nei Balcani. Secondo Kolbe, alcune dinamiche osservate oggi negli Stati Uniti ricordano metodi ricorrenti nei sistemi autoritari, dove l’accentramento delle decisioni procede insieme all’indebolimento delle strutture chiamate a limitare il potere politico.

Le preoccupazioni riguardano anche lo stato delle istituzioni federali. Julia Curlee, ex analista della Cia, sostiene che una parte dell’opinione pubblica americana non abbia ancora percepito fino in fondo quanto alcuni organismi siano stati ridimensionati. Per gli ex funzionari, il rischio aumenta quando chi ha lavorato negli apparati pubblici evita di denunciare apertamente ciò che considera anomalo.

Un altro punto contestato è il ricorso ai nulla osta di sicurezza. Nel primo giorno del nuovo mandato Trump ha revocato le autorizzazioni a 50 ex funzionari dell’intelligence, estendendo successivamente provvedimenti analoghi ad altri esponenti legati alla precedente amministrazione e a persone considerate ostili. Mark Zaid, avvocato specializzato in sicurezza nazionale coinvolto in una causa dopo la revoca del proprio nulla osta, ritiene che le garanzie predisposte contro possibili abusi siano state fortemente ridotte.

Le critiche investono inoltre l’utilizzo pubblico di documenti dell’intelligence declassificati. Nel luglio 2026 Trump ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni presidenziali del 2020, richiamando materiale reso pubblico dalla sua amministrazione. Le valutazioni dell’intelligence statunitense diffuse nel 2021 avevano però concluso che Pechino aveva preso in considerazione attività di influenza senza mettere in atto un’operazione diretta per modificare l’esito del voto.

La questione assume un peso particolare a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. Gli ex funzionari temono che l’impiego politico di informazioni provenienti dagli apparati di sicurezza possa accrescere la sfiducia nel sistema elettorale e trasformare dati riservati o declassificati in strumenti della competizione politica interna.

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