Meloni al summit Nato di Ankara, difesa e Ucraina alla prova dell'incognita Trump

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Giorgia Meloni arriva al summit Nato di Ankara con l’obiettivo di tenere insieme aumento della spesa per la difesa, sostegno all’Ucraina e attenzione al fianco Sud, mentre resta l’incognita Trump sui rapporti tra Stati Uniti ed Europa.

Giorgia Meloni
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Giorgia Meloni si prepara al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio con un’agenda fitta e un equilibrio politico delicato da gestire. Al tavolo ci saranno l’aumento della spesa per la difesa, il sostegno all’Ucraina, il ruolo del Mediterraneo e il rapporto con gli Stati Uniti guidati da Donald Trump.

Il governo italiano arriva in Turchia dopo mesi di confronto dentro l’Alleanza sul nuovo obiettivo fissato al summit dell’Aja del 2025: portare gli investimenti per difesa e sicurezza al 5% del Pil entro il 2035. Roma intende confermare l’impegno, ma punta a evitare che il vertice venga letto solo come una corsa alle percentuali o agli armamenti.

La linea di Palazzo Chigi è quella di allargare il concetto di sicurezza. Non solo forze armate, mezzi e sistemi d’arma, quindi, ma anche cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche, sicurezza energetica, difesa delle frontiere, catene di approvvigionamento e capacità di risposta alle emergenze.

Meloni porterà al tavolo un dato pari al 2,8% del Pil tra difesa e sicurezza. La quota comprende il 2,09% di spesa militare in senso stretto e lo 0,71% legato al perimetro più ampio della sicurezza, con investimenti anche su energia, cyber e controllo delle frontiere.

Il percorso verso il 5% resta però graduale. L’Italia non prevede accelerazioni immediate verso la soglia massima dell’1,5% destinata alle spese di sicurezza non strettamente militari, anche per i vincoli di bilancio che accompagnano ogni aumento strutturale della spesa pubblica.

Un altro punto che il governo vuole tenere distinto riguarda il programma europeo Safe. Per Roma il nuovo target Nato e lo strumento finanziario dell’Unione europea non coincidono: il primo indica un obiettivo politico e militare dell’Alleanza, il secondo può servire a finanziare investimenti nel settore della difesa. Per questo il dossier Safe non dovrebbe entrare nel negoziato di Ankara.

Il vertice affronterà anche il sostegno all’Ucraina. La dichiarazione finale, preparata dagli Alleati, confermerà l’appoggio a Kiev e la pressione sulla Russia. Le discussioni hanno riguardato anche un impegno di lungo periodo per l’assistenza militare, con una cifra indicata intorno ai 70 miliardi di euro per il 2026 e l’obiettivo di mantenere un livello analogo nel 2027.

L’Italia ha sostenuto una scansione più prudente, preferendo impegni definiti anno per anno invece di un orizzonte biennale rigido. La scelta, secondo la lettura italiana, lascerebbe più spazio all’evoluzione di un eventuale negoziato politico, senza ridurre il sostegno concreto a Kiev.

Roma continuerà a destinare una parte rilevante degli aiuti al settore energetico ucraino, considerato essenziale per garantire la tenuta del Paese durante la guerra. Resta inoltre sullo sfondo la proposta italiana di offrire a Kiev garanzie di sicurezza simili a quelle dell’articolo 5 della Nato, senza prevedere un ingresso immediato nell’Alleanza.

Accanto al fronte orientale, Meloni vuole riportare il Mediterraneo tra le priorità del vertice. Nelle conclusioni dovrebbe comparire un riferimento al fianco Sud, con il riconoscimento delle minacce che arrivano da quell’area, dalla Libia ai flussi migratori irregolari fino al traffico di esseri umani.

Il tema è stato al centro anche del confronto preparatorio con Recep Tayyip Erdogan. Italia e Turchia condividono l’interesse a rafforzare il ruolo del fianco Sud dentro la Nato e a coordinarsi sulla Libia, dove Roma continua a sostenere un percorso di unificazione del Paese in raccordo con le Nazioni Unite e con gli attori regionali coinvolti.

La presenza di Trump resta la variabile più sensibile del summit. Il presidente americano ha più volte criticato gli alleati europei per il livello delle spese militari e per il peso sostenuto dagli Stati Uniti nella difesa comune. Palazzo Chigi, però, tende a leggere il riequilibrio americano verso l’Indo-Pacifico come una tendenza iniziata prima dell’attuale amministrazione.

Per l’Italia il rafforzamento del pilastro europeo della Nato non deve trasformarsi nel preludio a un disimpegno degli Stati Uniti. Washington resta considerata il perno dell’Alleanza atlantica, mentre l’Europa è chiamata ad assumersi una quota maggiore di responsabilità militare, industriale e tecnologica.

Al momento non risulta in agenda un bilaterale tra Meloni e Trump. I due leader parteciperanno agli stessi lavori, ma senza un faccia a faccia dedicato. La scelta conferma la volontà italiana di mantenere toni prudenti e di evitare nuove tensioni nel passaggio diplomatico di Ankara.

Prima dell’avvio dei lavori politici è previsto anche un confronto tra le aziende della difesa. L’obiettivo è discutere capacità produttive, innovazione e nuove tecnologie, in una fase in cui droni e sistemi a basso costo stanno cambiando il rapporto tra spesa militare, efficacia operativa e protezione delle forze sul campo.

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