El Nino torna nel Pacifico, cosa può cambiare per il clima in Italia

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El Niño si è formato nel Pacifico tropicale e potrebbe rafforzare caldo estremo, siccità e piogge intense in diverse aree del mondo, con possibili effetti anche sull’Italia.

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El Niño è tornato a influenzare il clima globale. La conferma arriva dagli Stati Uniti, dove gli esperti del Noaa hanno registrato un riscaldamento anomalo delle acque superficiali nel Pacifico tropicale. Secondo le stime, l’episodio potrebbe diventare tra i più intensi osservati dagli anni Cinquanta, con una probabilità indicata al 63% di raggiungere livelli molto elevati.

Il fenomeno non riguarda solo l’area del Pacifico. Quando El Niño si attiva, può modificare la circolazione atmosferica e alterare temperature e precipitazioni anche a grande distanza. Per questo meteorologi e climatologi seguono con attenzione la sua evoluzione, soprattutto mentre il riscaldamento globale rende più frequenti e duraturi gli estremi climatici.

L’Organizzazione meteorologica mondiale aveva già segnalato un’alta probabilità di sviluppo del fenomeno entro la fine dell’estate. Anche l’Onu, con il segretario generale Antonio Guterres, aveva richiamato l’attenzione sui rischi legati a un pianeta già sottoposto a temperature in aumento. Il precedente episodio del 2023-2024, secondo la stessa Organizzazione meteorologica mondiale, ha contribuito alle condizioni che hanno reso il 2024 uno degli anni più caldi mai registrati.

El Niño nasce nel Pacifico orientale, davanti alle coste del Sudamerica, quando le acque superficiali dell’oceano superano i valori medi per un periodo prolungato. Gli scienziati parlano di El Niño quando la temperatura resta almeno 0,5 gradi sopra la norma per tre mesi consecutivi.

Il meccanismo dipende anche dall’indebolimento o dal cambiamento dei venti alisei, che di solito spingono le acque calde verso ovest. Quando questo equilibrio si rompe, il calore resta concentrato più a est, vicino alle coste sudamericane, e innesca una serie di effetti sulla circolazione atmosferica. Il nome deriva dai pescatori peruviani, che lo associavano al periodo natalizio e lo chiamavano “El Niño”, cioè “Gesù Bambino”.

Le conseguenze variano da regione a regione. In Amazzonia, Australia e Sud-Est asiatico può aumentare il rischio di siccità, mentre in alcune aree della Cina, dell’Africa centrale e degli Stati Uniti meridionali possono intensificarsi le piogge. In India il fenomeno tende a favorire temperature più alte e monsoni più deboli, con possibili ricadute sull’agricoltura.

El Niño può incidere anche sui cicloni tropicali. In genere riduce l’attività degli uragani nell’Atlantico, mentre può favorire un aumento dei tifoni nel Pacifico. Gli effetti, però, dipendono sempre dall’intensità dell’episodio e dall’interazione con altri fattori atmosferici e oceanici.

Per l’Italia e per il Mediterraneo il legame non è diretto come in altre zone del mondo. Gli esperti guardano però al rischio che un El Niño forte, sommato al riscaldamento globale, possa aumentare la probabilità di stagioni molto calde, ondate di calore più lunghe e temperature persistenti sopra la media.

Questo non significa che un’estate da record sia certa. Il segnale principale riguarda l’aumento del rischio di periodi più caldi e più difficili da smaltire, soprattutto in un’area come il Mediterraneo, già esposta a siccità, incendi e picchi di temperatura sempre più frequenti.

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