Ebola in Africa centrale, pronto entro il 2026 un vaccino contro il virus Bundibugyo
L’Africa CDC punta ad avere entro il 2026 un vaccino e una terapia contro il virus Ebola Bundibugyo, mentre aumentano i casi nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda e cresce l’allerta sanitaria nei Paesi confinanti.
L’Africa Cdc accelera sullo sviluppo di un vaccino e di un trattamento contro il virus Ebola Bundibugyo, mentre l’epidemia continua a estendersi tra Repubblica Democratica del Congo e Uganda. Durante un briefing sull’emergenza sanitaria, il direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie, Jean Kaseya, ha dichiarato che entro la fine del 2026 l’Africa potrà contare su un vaccino e su una terapia specifica contro questa variante del virus.
Al momento non esistono farmaci o vaccini ufficialmente approvati contro il ceppo Bundibugyo. Kaseya ha spiegato che sono già allo studio diversi candidati e che sono in corso contatti internazionali per accelerare la ricerca. Tra questi anche una collaborazione con la Russia, dopo che il ministro della Salute russo ha comunicato di aver sviluppato un vaccino contro Ebola. Secondo gli esperti dell’agenzia sanitaria africana, il preparato russo è stato progettato per il ceppo Zaire del virus e dovranno essere approfondite le eventuali capacità di protezione anche contro Bundibugyo.
Il direttore di Africa Cdc ha ribadito la volontà politica e tecnica di arrivare rapidamente a una soluzione concreta. “Se dovesse verificarsi una nuova ondata di Ebola Bundibugyo, avremo vaccino e farmaco”, ha assicurato, sottolineando che i governi africani sono pronti a investire risorse per sostenere la ricerca.
Kaseya ha inoltre criticato il ritardo nello sviluppo di cure dedicate per questa forma di Ebola, sostenendo che una situazione simile in Paesi occidentali avrebbe probabilmente prodotto risultati scientifici più rapidi. Secondo il dirigente sanitario, molti cittadini africani percepiscono una disparità nel trattamento delle emergenze sanitarie globali.
Nel frattempo l’Organizzazione mondiale della sanità ha confermato la prima guarigione registrata dall’inizio dell’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo. Un paziente è stato dimesso dopo aver ottenuto due test negativi consecutivi. Nonostante questo risultato, l’Oms mantiene alto il livello di allerta dopo aver classificato il focolaio come emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale.
Secondo l’ultimo rapporto epidemiologico aggiornato al 26 maggio, i casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo hanno superato quota mille. I dati parlano di 1.077 casi sospetti, con 121 infezioni confermate, la maggior parte concentrate nella provincia dell’Ituri. I decessi sospetti sono saliti a 238, mentre quelli confermati risultano 17.
Le attività di monitoraggio proseguono nelle province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. Le autorità sanitarie congolesi continuano con operazioni di sorveglianza, screening e campagne informative nelle comunità locali, nonostante le difficoltà operative presenti nelle aree colpite.
Anche l’Uganda resta in stato di massima allerta. Il ministero della Salute ha confermato due nuovi casi il 29 maggio, portando il totale a nove infezioni accertate dall’inizio dell’epidemia, compreso un decesso. Entrambi i nuovi casi riguardano cittadini provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. Uno dei pazienti è stato isolato subito dopo la comparsa dei sintomi, mentre l’altro era già monitorato perché contatto stretto di un positivo.
Per limitare la diffusione del virus, Kampala ha deciso di chiudere il confine con la Repubblica Democratica del Congo e ha introdotto una quarantena obbligatoria di 21 giorni per chi arriva dal Paese vicino.
La preoccupazione cresce anche in Nigeria, dove il Centro nazionale per il controllo delle malattie ha identificato 21 Stati federali come aree a rischio alto o moderato per una possibile importazione del virus. Tra le zone considerate più esposte figurano Abuja, Lagos, Rivers, Kano e altri territori strategici per traffici commerciali e collegamenti internazionali.
Secondo il direttore generale dell’Ncdc, Jide Idris, il principale rischio riguarda la difficoltà nel riconoscere rapidamente l’Ebola, perché i sintomi iniziali possono essere simili a quelli della malaria o della febbre di Lassa. Le autorità sanitarie nigeriane stanno quindi rafforzando controlli e sistemi di sorveglianza per prevenire eventuali nuovi focolai.
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