Licenziamenti nel tech e AI, solo il 20% dei tagli del 2026 è davvero legato all'automazione
Oltre 113 mila dipendenti del settore tech hanno perso il lavoro nel 2026, ma le analisi indipendenti attribuiscono all’intelligenza artificiale solo un quinto dei tagli reali. Il resto deriva soprattutto da ristrutturazioni e riduzione dei costi.
Nel 2026 il settore tecnologico continua a ridurre personale a ritmi elevati. Secondo i dati raccolti da Layoffs.fyi, al 18 maggio sono già oltre 113 mila i lavoratori licenziati da 179 aziende del comparto. Una parte consistente delle società coinvolte attribuisce i tagli all’intelligenza artificiale e all’automazione, ma le verifiche condotte su documenti pubblici, comunicazioni interne e testimonianze dei dipendenti mostrano un quadro molto diverso.
Le aziende indicano l’AI come causa principale nel 48% dei licenziamenti annunciati nel 2026. Le ricostruzioni indipendenti, invece, stimano che solo circa il 20% dei posti eliminati sia stato realmente sostituito da sistemi automatizzati. La distanza tra i dati dichiarati e quelli verificabili ha portato diversi analisti a parlare di AI washing, cioè l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come giustificazione pubblica per riduzioni di personale legate ad altre ragioni.
Una delle cause più frequenti resta l’eccesso di assunzioni effettuate durante gli anni della pandemia. Tra il 2020 e il 2022 molte Big Tech avevano ampliato rapidamente gli organici per sostenere l’aumento della domanda digitale. Con il rallentamento del mercato, numerose strutture si sono ritrovate sovradimensionate e hanno avviato tagli progressivi già dal 2023.
Nei primi anni di ridimensionamento le aziende parlavano apertamente di riequilibrio post-Covid. Dal 2025 in poi, però, la comunicazione è cambiata. Molte società hanno iniziato a presentare gli stessi interventi come conseguenza dell’automazione e dell’adozione dell’AI, anche quando le funzioni eliminate non risultavano realmente sostituibili dalle nuove tecnologie.
Accanto alla riduzione degli organici pesa anche la pressione finanziaria. Le società quotate devono mantenere margini elevati e rassicurare gli investitori in una fase di crescita più lenta rispetto agli anni precedenti. Presentare i licenziamenti come parte di una modernizzazione tecnologica viene considerato più efficace rispetto ad ammettere errori di pianificazione o la necessità di tagliare i costi.
Un altro elemento riguarda la redistribuzione interna delle competenze. Diverse multinazionali hanno ridotto personale in alcuni reparti mentre aumentavano le assunzioni in ambito AI. Nel primo trimestre del 2026 aziende come Microsoft, Google, Meta e Amazon hanno contemporaneamente annunciato migliaia di tagli e nuove aperture per specialisti dell’intelligenza artificiale.
Secondo gli osservatori, in molti casi non si tratta di sostituzione diretta tra uomo e macchina, ma di un cambio di profili professionali richiesti dalle aziende. Figure considerate meno strategiche vengono eliminate mentre cresce la domanda di personale altamente specializzato nello sviluppo e nella gestione di sistemi AI avanzati.
Anche in Italia il fenomeno sta assumendo peso crescente. Le filiali italiane delle grandi aziende tecnologiche seguono spesso le stesse linee comunicative adottate a livello internazionale. Questo porta a presentare molte ristrutturazioni come conseguenza dell’intelligenza artificiale, anche quando le motivazioni reali riguardano riorganizzazioni interne o riduzione dei costi.
Per i lavoratori coinvolti le conseguenze sono concrete. Se un licenziamento viene formalmente motivato come sostituzione tecnologica, diventano più complessi percorsi di ricollocazione interna o richieste di riqualificazione professionale finanziata dalle aziende.
Il tema coinvolge anche le politiche pubbliche sul lavoro. Dati distorti sul peso reale dell’AI rischiano infatti di influenzare programmi di formazione e investimenti pubblici. Le analisi sul mercato mostrano che la richiesta di esperti AI esiste davvero, ma riguarda soprattutto figure senior con esperienza nello sviluppo di sistemi già operativi nelle aziende.
Molti programmi di formazione rapida rischiano quindi di non rispondere alle esigenze reali del mercato. I ruoli più richiesti richiedono competenze avanzate e anni di esperienza, non percorsi accelerati di breve durata.
Secondo gli analisti, utilizzare l’intelligenza artificiale come spiegazione universale dei licenziamenti rischia di creare aspettative sbagliate sia nelle aziende sia nelle istituzioni. Diverse imprese avviano progetti AI pensando di poter sostituire facilmente attività che richiedono ancora competenze umane difficili da automatizzare.
La differenza tra il 48% di licenziamenti dichiarati come AI-driven e il 20% realmente attribuibile all’automazione mostra quanto il racconto sull’intelligenza artificiale venga spesso utilizzato anche come strumento di comunicazione finanziaria e aziendale.
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