Mario Draghi scuote l'Europa, al Premio Carlo Magno chiede coraggio e federalismo pragmatico
Mario Draghi ha chiesto ai leader Ue più coraggio perché choc globali, dipendenze esterne e ritardi industriali stanno mettendo alla prova l’Europa.
Mario Draghi ha usato il palco del Premio Carlo Magno 2026 per lanciare un messaggio netto ai governi europei. L’ex presidente del Consiglio ed ex numero uno della Bce ha descritto un’Unione stretta tra guerre, dazi, dipendenze energetiche, ritardi tecnologici e una governance che fatica a rispondere alla velocità richiesta dagli eventi.
Nel suo intervento ad Aquisgrana, Draghi ha spiegato che l’Europa non può più affidarsi alle condizioni che per decenni ne hanno sostenuto crescita e sicurezza. Dal 2020, ha ricordato, pandemia, crisi energetiche, tensioni commerciali e conflitti hanno ridotto lo spazio per rinviare le decisioni. A suo giudizio, la crescita resta la condizione necessaria per finanziare transizione energetica, difesa, industria digitale e welfare in società sempre più anziane.
Il quadro tracciato dall’ex premier parte da un dato politico preciso. Gli Stati Uniti non possono più essere considerati un garante automatico dell’ordine internazionale e della sicurezza europea, mentre la Cina rappresenta una dipendenza alternativa altrettanto problematica per industria, filiere e rapporti con la Russia. Per Draghi, gli europei si trovano per la prima volta “soli insieme” davanti a scelte che non possono più essere delegate.
Draghi ha individuato nella frammentazione interna una delle cause principali della debolezza europea. Il mercato unico, secondo la sua analisi, resta incompleto nei capitali, nell’energia e in settori cruciali dell’economia. Questa incompiutezza ha spinto molte imprese a cercare crescita fuori dall’Europa, aumentando l’esposizione alle decisioni di Washington e Pechino.
L’ex presidente della Bce ha citato anche il divario tecnologico con gli Stati Uniti, aggravato dalla corsa all’intelligenza artificiale. L’Europa dispone di risparmi, competenze e potenziale energetico, ma non riesce ancora a mobilitarli su scala continentale. Senza investimenti coordinati in data center, semiconduttori, reti e capacità di calcolo, il ritardo rischia di diventare strutturale.
Sul piano industriale, Draghi non ha escluso l’uso di strumenti più assertivi, dai sostegni pubblici alle politiche per proteggere settori strategici. Ha però avvertito che una politica industriale condotta solo a livello nazionale può produrre sprechi, sovrapposizioni e competizione interna tra Stati membri. La strada indicata è un’economia europea più integrata, capace di far nascere imprese davvero continentali.
Un passaggio centrale del discorso è stato dedicato alla difesa. Draghi ha sostenuto che l’Europa deve assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza senza indebolire la Nato. Una difesa europea più autonoma, ha spiegato, renderebbe anche più equilibrato il rapporto con gli Stati Uniti nelle trattative commerciali, tecnologiche ed energetiche.
L’ex premier ha indicato l’Ucraina come esempio di integrazione pratica. La guerra ha spinto diversi Paesi europei a ordinare gli stessi sistemi, coordinare forniture, sviluppare capacità comuni e rafforzare accordi bilaterali o plurilaterali. Ora, secondo Draghi, quel mosaico deve trasformarsi in impegni chiari, anche attraverso coalizioni di Paesi pronti ad agire o con una concreta applicazione della clausola di difesa reciproca dell’Ue.
La proposta politica prende il nome di federalismo pragmatico. Non un progetto astratto, ma la possibilità per gruppi di Paesi disponibili di avanzare insieme in campi concreti come energia, tecnologia e difesa, con decisioni approvate a livello nazionale e risultati verificabili dai cittadini.
Draghi ha richiamato l’esperienza dell’euro come prova che l’integrazione può rafforzarsi attraverso l’azione comune. I Paesi che decisero di aderire costruirono istituzioni condivise e, nei momenti di crisi, svilupparono una solidarietà più profonda di quella immaginata all’inizio. Per l’ex premier, la stessa dinamica va ora ricreata nei settori strategici da cui dipendono libertà, prosperità e sicurezza dell’Europa.
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