Fmi lancia l'allarme su una nuova crisi globale legata alle tensioni in Medio Oriente

Il Fondo monetario internazionale avverte che il conflitto in Medio Oriente può frenare la crescita globale e spingere il Pil verso una soglia critica. La guerra rischia di destabilizzare materie prime e prezzi, riaprendo scenari già vissuti.

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Fmi lancia l'allarme su una nuova crisi globale legata alle tensioni in Medio Oriente

Il Fondo monetario internazionale mette in guardia sui rischi di una nuova frenata dell’economia mondiale. Nel suo ultimo rapporto, l’istituto segnala che il protrarsi delle tensioni in Medio Oriente potrebbe compromettere la crescita registrata negli ultimi mesi, sostenuta soprattutto dagli investimenti tecnologici e da un dollaro più debole.

Secondo le previsioni, se il conflitto dovesse continuare, il rallentamento del Pil globale potrebbe scendere fino al 2%. Una soglia che, nella pratica, coincide con una situazione vicina alla recessione. Negli ultimi decenni, un livello simile si è verificato solo in poche occasioni, tra cui la crisi finanziaria del 2008 e l’emergenza sanitaria legata al Covid.

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Il peso della guerra si riflette soprattutto sui mercati delle materie prime e sull’andamento dei prezzi. Le tensioni rischiano di alterare le aspettative sull’inflazione, rendendo più difficile il controllo da parte delle autorità monetarie. A questo si aggiunge l’aumento delle spese militari, che può offrire un impulso temporaneo all’economia ma allo stesso tempo mettere sotto pressione i conti pubblici.

Il Fondo evidenzia che un incremento prolungato della spesa per la difesa potrebbe ridurre le risorse destinate ai servizi sociali e accentuare le difficoltà economiche interne, con possibili ripercussioni sul piano sociale.

Per evitare un peggioramento dello scenario, il Fmi indica alcune linee di intervento. I governi sono chiamati a mantenere sotto controllo i bilanci pubblici e ad accelerare le riforme economiche già previste. Allo stesso tempo, le banche centrali dovranno intervenire con decisione per contenere l’inflazione e garantire stabilità ai mercati, evitando che shock prolungati possano compromettere le aspettative economiche.