Attacco hacker agli Uffizi, rubati archivi e codici di sicurezza

Attacco informatico agli Uffizi con furto di archivi e credenziali, causato da un’incursione hacker tra fine gennaio e inizio febbraio. Trafugati dati sensibili e mappe interne, mentre i responsabili avrebbero avanzato una richiesta di riscatto.

Uffizi
Attacco hacker agli Uffizi, rubati archivi e codici di sicurezza

Un’intrusione informatica ha colpito le Gallerie degli Uffizi, mettendo a rischio una grande quantità di dati accumulati nel tempo. L’episodio risale al periodo tra la fine di gennaio e i primi giorni di febbraio, quando un gruppo di hacker è riuscito a entrare nei sistemi del polo museale fiorentino.

L’azione non si sarebbe limitata alla sola sede principale. La rete coinvolta comprende anche Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli, tutti collegati allo stesso sistema informatico. Gli aggressori avrebbero avuto accesso prolungato ai server, riuscendo a prelevare materiale sensibile.

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Tra i dati sottratti figura l’intero archivio del gabinetto fotografico, una raccolta digitale costruita in anni di lavoro con immagini e documenti di opere d’arte. Parte di questo materiale risulterebbe ora irrecuperabile.

Riscatto e dati sensibili nel mirino

Gli hacker non si sarebbero fermati al furto. Dopo l’attacco, avrebbero inviato una richiesta di denaro direttamente al telefono personale del direttore Simone Verde, avanzando una proposta di riscatto per evitare la diffusione dei dati.

Nel frattempo sono state adottate misure straordinarie anche sul piano fisico. Un’area di Palazzo Pitti è stata chiusa al pubblico a partire dal 3 febbraio, ufficialmente per lavori, mentre alcuni oggetti di grande valore sono stati trasferiti in luoghi protetti.

I gioielli del Tesoro dei Granduchi, tra i beni più preziosi, sarebbero stati spostati nel caveau della Banca d’Italia. Parallelamente, alcune uscite di sicurezza sarebbero state murate in tempi rapidi e al personale sarebbe stato chiesto il massimo riserbo.

Particolarmente delicata è la violazione dei sistemi dell’ufficio tecnico. Gli hacker avrebbero ottenuto password, codici di accesso e mappe interne, comprese informazioni su allarmi, ingressi e percorsi di servizio, elementi che potrebbero essere sfruttati anche al di fuori del contesto digitale.

Secondo quanto emerso, i responsabili avrebbero minacciato di vendere questi dati sul dark web in caso di mancato pagamento. Dopo alcuni contatti iniziali, però, ogni comunicazione si sarebbe interrotta da settimane.

Sull’accaduto indagano la Procura e la polizia postale, con il supporto dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale guidata da Bruno Frattasi. L’indagine è partita dopo la segnalazione del direttore, che al momento non ha rilasciato dichiarazioni.