Piano Usa per l'uranio iraniano, operazione militare ad alto rischio

Trump valuta il sequestro dell’uranio iraniano per fermare il nucleare, mentre il Pentagono studia un’operazione militare complessa e rischiosa. Il piano prevede truppe speciali, scavi profondi e trasporto del materiale sotto fuoco nemico.

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Piano Usa per l'uranio iraniano, operazione militare ad alto rischio

L’esercito degli Stati Uniti ha elaborato un progetto per recuperare circa 450 chilogrammi di uranio altamente arricchito custoditi in Iran. Il piano, sottoposto a Donald Trump dopo una sua richiesta diretta, prevede un’azione militare su larga scala con l’impiego di forze speciali e mezzi pesanti.

L’obiettivo dichiarato è impedire a Teheran di sviluppare un’arma nucleare. Secondo le informazioni disponibili, l’operazione richiederebbe il trasferimento di uomini e attrezzature direttamente sul territorio iraniano, inclusi macchinari per lo scavo e la costruzione di una pista per aerei cargo destinati al trasporto del materiale radioattivo.

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Gli esperti militari descrivono l’intervento come un’impresa senza precedenti. Sarebbe necessario operare per settimane, forse mesi, in un’area ostile e sotto possibile attacco, con un dispiegamento che potrebbe coinvolgere centinaia o migliaia di soldati.

Depositi sotterranei e difficoltà operative

Gran parte dell’uranio iraniano si trova in strutture sotterranee vicino a Isfahan, in tunnel profondi oltre 90 metri. Il resto è distribuito in altri siti, tra cui Natanz. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica stima che il materiale sia arricchito al 60%, poco sotto la soglia necessaria per uso militare.

Per raggiungere i depositi sarebbe necessario perforare strati di cemento e protezioni schermate. Una volta dentro, le squadre dovrebbero individuare e rimuovere i contenitori sigillati, operazione complicata anche dalla possibile presenza di falsi bersagli pensati per confondere eventuali incursioni.

Il materiale, conservato sotto forma di gas in cilindri metallici, è altamente contaminante. Un errore durante l’operazione potrebbe provocare dispersioni radioattive con conseguenze immediate per i militari coinvolti.

Secondo valutazioni interne, l’azione potrebbe iniziare con attacchi alle difese iraniane, seguiti dal lancio di unità aviotrasportate per mettere in sicurezza l’area. Successivamente verrebbe costruita una base operativa temporanea per sostenere le attività di scavo e recupero.

Oltre ai reparti combattenti, servirebbe un ampio supporto logistico: tecnici, meccanici, specialisti nucleari e personale sanitario. Il tutto sotto la costante minaccia di missili, droni e artiglieria.

Il presidente Trump, che in passato aveva promesso di ridurre i conflitti, si trova ora a valutare un’operazione di terra mentre il conflitto con l’Iran prosegue da settimane, finora combattuto soprattutto con raid aerei in coordinamento con Israele.

La Casa Bianca precisa che non è stata presa alcuna decisione definitiva. Tuttavia, dichiarazioni pubbliche e pressioni politiche indicano che l’opzione resta sul tavolo, nonostante i sondaggi mostrino una netta contrarietà dell’opinione pubblica americana all’invio di truppe.

Gli analisti militari concordano su un punto: si tratterebbe di una missione estremamente complessa, con un livello di rischio elevato e la concreta possibilità di perdite tra le forze impiegate.