Lingua italiana a rischio secondo la Crusca, l'allarme di D'Achille

Paolo D’Achille lancia l’allarme sulla lingua italiana e avverte che senza interventi rapidi rischia di perdere centralità, spinta dall’inglese e da cambiamenti nell’uso quotidiano e accademico.

Lingua italiana
Lingua italiana a rischio secondo la Crusca, l'allarme di D'Achille

Il presidente dell’Accademia della Crusca, Paolo D’Achille, ha richiamato l’attenzione sul destino dell’italiano durante l’inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Ferrara. Nel suo intervento, lo studioso ha avvertito che senza azioni concrete la lingua potrebbe andare incontro a un lento declino.

D’Achille, docente all’Università Roma Tre, ha parlato il 24 marzo su invito della rettrice Laura Ramaciotti. La relazione, poi diffusa sul sito della Crusca, affronta il rapporto tra passato, presente e futuro dell’italiano, mettendo in luce criticità sempre più evidenti.

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Secondo il linguista, l’italiano rischia di ridursi a un uso limitato, confinato al parlato e alla comunicazione informale. Nelle scuole resterebbe come lingua di base, ma perderebbe progressivamente spazio negli studi avanzati, anche a causa della mancanza di uno standard condiviso.

Il peso dell’inglese tra scuola e ricerca

L’espansione dell’inglese, ormai dominante in molti ambiti, rappresenta uno dei principali fattori di pressione. D’Achille riconosce che la conoscenza della lingua internazionale è oggi indispensabile e in crescita tra i giovani, talvolta persino superiore a quella dell’italiano.

Non sono tanto i prestiti linguistici a preoccupare, quanto i cambiamenti nel significato delle parole e nelle strutture della lingua. Espressioni modificate, costruzioni sintattiche inedite e l’uso diffuso di sigle inglesi stanno alterando l’equilibrio dell’italiano.

Il fenomeno si riflette anche nel mondo accademico, dove pubblicare in inglese è diventato necessario per ottenere riconoscimento. In alcuni corsi universitari, anche di primo livello, l’italiano è ormai quasi assente, sostituito da programmi interamente in lingua straniera.

D’Achille sottolinea come questa scelta, spesso giustificata con l’internazionalizzazione, possa favorire la migrazione dei giovani all’estero. Una dinamica che si lega anche al tema della cosiddetta fuga dei cervelli.

Il confronto con altri Paesi europei evidenzia una maggiore capacità di difesa linguistica. Lingue come il francese, lo spagnolo e il tedesco mantengono una forte presenza interna grazie anche a politiche linguistiche strutturate, assenti in Italia.

Per il presidente della Crusca, la questione riguarda anche la produzione culturale. Se molti settori, dalla tecnologia alla musica, adottano l’inglese, significa che si sta riducendo la capacità di creare termini e contenuti originali in italiano.

Da qui l’invito a tornare a innovare, senza limitarsi a valorizzare il patrimonio del passato. Solo così, secondo D’Achille, sarà possibile evitare che l’italiano perda progressivamente il suo ruolo.