Aurora Tila uccisa a 13 anni, condanna a 17 anni per il fidanzato: decisive le chat su ChatGpt

Aurora Tila è morta a 13 anni dopo essere stata spinta dal fidanzato, condannato a 17 anni. Le chat con ChatGpt rivelano le richieste di aiuto della ragazza, che cercava di capire una relazione diventata oppressiva.

Aurora Tila
Aurora Tila uccisa a 13 anni, condanna a 17 anni per il fidanzato: decisive le chat su ChatGpt

Aurora Tila era vittima di comportamenti persecutori da parte del fidanzato. Lo stabilisce la sentenza del tribunale per i minorenni di Bologna, che ha condannato il ragazzo, oggi sedicenne, a 17 anni di carcere per l’omicidio della giovane, morta il 25 ottobre 2024 a Piacenza.

La ragazza, che non aveva ancora compiuto 14 anni, è precipitata dal tetto del palazzo in cui abitava con la famiglia. Secondo la ricostruzione dei giudici, il fidanzato l’avrebbe spinta oltre la ringhiera e, quando lei si era aggrappata nel tentativo di salvarsi, le avrebbe colpito le mani con le ginocchia per farla cadere.

Leggi anche: Aurora Tila, la madre della 13enne: In carcere il suo killer si vanta di averla uccisa, per lui è un record

La dinamica è stata confermata anche da alcuni testimoni presenti. La caduta è avvenuta dal settimo piano dell’edificio, dopo attimi in cui Aurora sarebbe rimasta sospesa nel vuoto prima di perdere la presa.

Un elemento ritenuto centrale dai giudici riguarda le conversazioni della ragazza con ChatGpt. Aurora chiedeva consigli su come affrontare il rapporto con il fidanzato, domandando se fosse giusto lasciarlo e come riconoscere una relazione sana da una tossica.

Per il tribunale, quelle richieste rappresentano una testimonianza diretta del disagio vissuto dalla giovane. I giudici le hanno considerate attendibili perché scritte con sincerità, nel tentativo di trovare una via d’uscita da una situazione che lei stessa percepiva come soffocante.

La difesa del ragazzo ha sostenuto una versione diversa dei fatti, parlando di un incidente o di un gesto volontario della vittima. Una tesi che non ha convinto il collegio giudicante, che ha riconosciuto le aggravanti legate allo stalking e ha qualificato il reato come omicidio volontario.