Garlasco, nuovi elementi dal pc di Chiara Poggi e il nodo delle celle telefoniche
Nuovi elementi emergono sul caso Garlasco dopo l’analisi del computer di Chiara Poggi affidata dalla difesa di Stasi, con accessi a file sensibili e dati su date precise che potrebbero incidere sulla ricostruzione dei fatti.
L’analisi del computer di Chiara Poggi torna al centro delle verifiche sul caso di Garlasco. Il lavoro è stato affidato al consulente tecnico Alessandro Borra dalla difesa di Alberto Stasi, con i primi riscontri discussi anche in televisione. Tra i dati emersi figurano accessi a file contenenti video intimi legati alla coppia.
Borra ha chiarito che l’esame è ancora in corso e che restano da definire con precisione il numero degli accessi e le date esatte. Al momento non conferma le tempistiche circolate nelle ultime ore. La relazione tecnica dovrebbe essere consegnata in Procura entro circa due settimane.
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Tra i punti sotto esame ci sono alcune date considerate rilevanti. Il 5 maggio Chiara crea un file denominato “albert.zip”, che conterrebbe materiale privato. Il 2 giugno, giorno festivo, si ipotizza la presenza in casa sia della ragazza sia del fratello Marco.
Un altro passaggio riguarda il 18 giugno, quando si registra un accesso ai file senza orario definito: Chiara risulta al lavoro, mentre Marco sarebbe a casa a studiare per la maturità. Il 10 agosto compare invece l’ultimo accesso rilevato, con Chiara da sola nell’abitazione e il fratello già in vacanza in Trentino con i genitori.
Questi elementi, ancora in fase di verifica, potrebbero contribuire a chiarire chi fosse presente in casa in determinati momenti e come si siano svolti i fatti. In parallelo resta aperta la questione delle celle telefoniche, ritenute da alcuni utili per rileggere le dichiarazioni di Andrea Sempio.
L’avvocata Angela Taccia contesta questa lettura e sostiene che i dati delle celle non smentiscono quanto dichiarato da Sempio, rimarcando che eventuali contraddizioni dovranno essere dimostrate dagli inquirenti.
Sul caso è intervenuto anche Gennaro Cassese, all’epoca comandante dei Carabinieri impegnato nelle indagini. Ricordando le operazioni sulla scena del crimine, ha richiamato un dettaglio ritenuto oggettivo: durante i rilievi, gli operatori cambiarono i calzari due volte a causa della presenza di sangue ancora visibile.