Stretto di Hormuz, le strategie degli Stati Uniti per proteggere il traffico petrolifero
Donald Trump punta a riaprire lo Stretto di Hormuz dopo le tensioni con l’Iran che minacciano il traffico petrolifero mondiale. Gli Stati Uniti studiano missioni di scorta armata e possibili operazioni militari per garantire il passaggio delle petroliere.
Donald Trump vuole assicurare la riapertura dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. Per riuscirci, la Casa Bianca sta valutando una serie di interventi militari e chiede il sostegno dei Paesi che dipendono da quella rotta energetica.
Il presidente statunitense e il segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno annunciato che petroliere e navi cargo potrebbero presto ricevere protezione militare. L’idea è organizzare convogli scortati da unità navali da guerra incaricate di accompagnare le imbarcazioni commerciali lungo il passaggio tra il Golfo Persico e il mare aperto.
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Tra le ipotesi allo studio c’è l’impiego più intenso dell’aviazione per neutralizzare missili e droni che l’Iran potrebbe lanciare contro le navi. Un’altra possibilità riguarda l’invio di forze terrestri per controllare porzioni di territorio costiero vicino allo Stretto di Hormuz, da cui potrebbero partire eventuali attacchi.
L’amministrazione americana non esclude nessuna soluzione. Nei giorni scorsi Trump ha ordinato lo schieramento di unità di spedizione dei Marines nell’area. In caso di operazioni di scorta, le navi militari statunitensi – eventualmente affiancate da flotte alleate – attraverserebbero lo stretto insieme alle petroliere, con il compito di individuare mine e respingere attacchi aerei o incursioni delle piccole imbarcazioni d’assalto iraniane.
Secondo diverse valutazioni militari, per garantire una copertura efficace servirebbero numerose unità. Gli analisti stimano fino a due navi da guerra per ogni petroliera oppure una dozzina di unità per convogli composti da cinque o dieci navi cisterna. Le distanze ridotte rendono infatti più difficile intercettare missili e droni prima che raggiungano l’obiettivo.
L’esperto militare Bryan Clark, ex ufficiale della Marina e ricercatore dell’Hudson Institute, ritiene necessario anche un pattugliamento costante dei cieli. A suo giudizio servirebbero almeno dodici droni MQ-9 Reaper pronti a individuare e colpire rapidamente i lanciatori iraniani non appena comparissero lungo la costa.
Un’operazione di questo tipo richiederebbe risorse rilevanti. Clark parla di migliaia di militari e di costi elevati, con missioni che potrebbero durare mesi. Inoltre l’impiego delle navi per proteggere le petroliere ridurrebbe la disponibilità delle stesse unità per altre operazioni militari o per la difesa antimissile.
Le conseguenze si vedrebbero anche sul traffico marittimo. Secondo le analisi di Lloyd’s List Intelligence, le misure di sicurezza e il numero limitato di navi militari disponibili potrebbero ridurre il passaggio delle petroliere fino al 10% del livello abituale. A quel ritmo servirebbero mesi per smaltire le oltre 600 navi mercantili bloccate nel Golfo.
Nonostante lo sforzo militare, il rischio di attacchi resterebbe comunque alto. L’Iran potrebbe colpire duramente sia navi commerciali sia unità militari, con la possibilità di danneggiarle o affondarle. Per questo tra le opzioni discusse c’è anche un intervento più ampio sul territorio iraniano.
Uno scenario prevede raid aerei lungo la costa meridionale dell’Iran seguiti dallo sbarco dei Marines. Le truppe potrebbero effettuare operazioni rapide per distruggere basi di droni e lanciamissili, ritirandosi poi dopo l’incursione. Teheran però potrebbe rispondere con tattiche di logoramento, tornando nelle aree colpite una volta terminato l’attacco.
Secondo diversi analisti militari, mantenere stabilmente il controllo della zona richiederebbe un’occupazione vera e propria. In quel caso gli Stati Uniti cercherebbero di bloccare le forze terrestri iraniane con bombardamenti aerei, evitando che raggiungano le zone di sbarco.
Lo scontro diretto con i Guardiani della rivoluzione resterebbe comunque possibile. Il corpo militare conta circa 190 mila uomini e include l’unità d’élite Quds, specializzata in guerra irregolare e operazioni asimmetriche sviluppate in decenni di conflitti e interventi nel Medio Oriente.