Luca Carboni torna a Roma e racconta la sua rinascita sul palco

Luca Carboni torna sul palco a Roma dopo la malattia e racconta la sua rinascita davanti a un pubblico di più generazioni. Al Palazzo dello Sport il cantautore bolognese ripercorre quarant’anni di musica tra ricordi, emozioni e un ospite speciale.

Luca Carboni
Luca Carboni torna a Roma e racconta la sua rinascita sul palco

«Si può nascere due volte». Luca Carboni lo dice quasi sottovoce, pochi minuti dopo l’inizio del concerto romano del “Rio Ari O Tour”. Le prime note sono quelle di “Primavera”, scelta non casuale per aprire la serata. Sul palco del Palazzo dello Sport il cantautore bolognese, 63 anni, torna davanti al pubblico dopo la malattia e racconta con semplicità la sua seconda partenza.

La voce resta quella inconfondibile, con l’accento bolognese che da sempre accompagna le sue canzoni. Carboni non cerca gesti teatrali né effetti da star. Parla poco e lascia spazio alla musica. Dopo mesi difficili e la paura legata alla diagnosi, il ritorno dal vivo diventa un momento condiviso con il pubblico, composto da fan storici e ragazzi più giovani.

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Nel corso della serata scorrono quarant’anni di carriera. Dai primi successi come “Ci stiamo sbagliando ragazzi” e “Fragole buone buone” fino ai brani più recenti. Quando parte La mamma, nel palazzetto cala un silenzio carico di emozione. Molti cantano a memoria, altri ascoltano in piedi con gli occhi lucidi.

Non manca il lato più leggero del repertorio. Con “Forever” torna l’atmosfera spensierata degli anni Ottanta. In platea si vedono uomini e donne cresciuti con quelle canzoni, che oggi le cantano parola per parola accanto a ragazzi che le scoprono per la prima volta.

Carboni racconta anche un ricordo dei suoi inizi. Il primo viaggio a Roma sulla Tiburtina per firmare il contratto con la RCA. In un bar incontrò due artisti che allora erano già miti della musica italiana, Renato Zero e Francesco De Gregori. Episodi brevi, raccontati senza retorica.

Durante il concerto non parla di politica o attualità. «Meglio che parlino le mie canzoni», dice al pubblico. Intanto sugli schermi scorrono immagini tratte dai suoi quadri, trasformati in animazioni digitali che accompagnano i brani con archi, palazzi e colori che ricordano l’arte contemporanea.

Accanto a lui c’è una band completa: batteria, sax, percussioni, tre chitarre, basso e tastiere. Un gruppo che sostiene uno spettacolo costruito con cura lungo una scaletta di 27 canzoni, alternando momenti elettrici ad altri più intimi.

La scena si fa essenziale quando Carboni resta con la sola chitarra acustica. Così arrivano “Farfallina”, “Silvia lo sai” e “Gli autobus di notte”. La voce non è più quella dei primi anni di carriera, ma mantiene un timbro capace di passare dalla delicatezza alla forza.

A metà concerto arriva anche un ospite inatteso. Sul palco sale Tommaso Paradiso, che prende il microfono e canta con entusiasmo insieme al pubblico. Poi, con un gesto spontaneo, si inginocchia davanti a Carboni in segno di stima. Subito dopo partono “Mare mare” e “Luca lo stesso”, tra cori e applausi.

Il concerto scorre come un lungo racconto fatto di musica, ricordi e immagini. Quando il pubblico lascia il palazzetto dell’Eur, fuori c’è la notte romana e il profilo del Fungo illuminato. Dentro, per due ore, le canzoni di Luca Carboni hanno accompagnato un viaggio tra passato e presente.