Usa rafforzano la presenza militare contro l'Iran ipotesi blitz sull'isola di Kharg
Donald Trump prepara nuovi rinforzi militari contro l’Iran mentre la guerra prosegue. Il Pentagono valuta un possibile blitz sull’isola petrolifera di Kharg e invia navi da guerra e migliaia di marines nel Golfo Persico.
Gli Stati Uniti stanno preparando un rafforzamento della presenza militare in Medio Oriente mentre il conflitto con l’Iran continua. Nonostante le dichiarazioni pubbliche di Donald Trump sulla presunta distruzione delle capacità militari di Teheran, a Washington si pianifica l’invio di nuove truppe e unità navali nell’area.
Tra le opzioni allo studio c’è un’operazione sull’isola iraniana di Kharg, nel Golfo Persico. Si tratta di un punto chiave per l’economia energetica di Teheran, perché da qui passa circa l’80% delle esportazioni petrolifere del Paese. Colpire quell’infrastruttura significherebbe incidere direttamente sulle entrate della Repubblica islamica.
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Secondo fonti militari americane, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha autorizzato il dispiegamento della nave d’assalto anfibia USS Tripoli, finora di stanza in Giappone. A bordo ci sono circa 5.000 marines, pronti a operazioni nella regione.
Il rafforzamento potrebbe non fermarsi qui. Il comando militare statunitense responsabile dell’area, il Centcom, avrebbe chiesto al Pentagono anche l’invio di un gruppo anfibio con unità specializzate in operazioni terrestri.
Ulteriori dettagli parlano di un contingente composto da 2.200 marines della 31ª Marine Expeditionary Unit. Il gruppo sarebbe accompagnato dalle navi USS Tripoli, USS San Diego e USS New Orleans, utilizzate per assalti e trasporto anfibio.
Alla forza navale si aggiungerebbe una componente aerea con circa 20 caccia F-35B, velivoli di quinta generazione capaci di decollare e atterrare verticalmente. Questo dispositivo militare potrebbe essere impiegato proprio nell’eventuale operazione contro Kharg.
La pianificazione militare arriva mentre Trump, parlando con i leader del G7 nei giorni scorsi, ha sostenuto che l’Iran sarebbe vicino alla resa. Il presidente americano ha rivendicato l’operazione militare affermando di aver eliminato una minaccia globale e ha attaccato la nuova guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei.
I governi del G7 hanno invece chiesto una rapida conclusione delle ostilità, soprattutto per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz, corridoio strategico per il traffico energetico mondiale. Nonostante i rischi, Trump ha invitato le navi commerciali ad attraversare la zona anche sotto minaccia.
Le parole del presidente hanno provocato critiche negli Stati Uniti, in particolare tra i democratici che accusano la Casa Bianca di aver sottovalutato le conseguenze del conflitto. Alcune perplessità emergono anche tra i repubblicani: secondo indiscrezioni, il vicepresidente JD Vance avrebbe sconsigliato un’operazione militare su larga scala.
Il Pentagono continua comunque a monitorare la situazione nel Golfo Persico. Hegseth ha definito gli attacchi iraniani nello stretto di Hormuz un segnale di difficoltà da parte di Teheran, mentre il capo degli Stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine, ha parlato di uno scenario militare complesso.
Nel frattempo Washington ha annunciato una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni utili all’individuazione dei principali dirigenti iraniani. Tra i nomi citati figurano Mojtaba Khamenei, Ali Asghar Hejazi e Ali Larijani, oltre ad altri alti funzionari della sicurezza e dell’intelligence.
La tensione resta alta anche sul terreno. In Iraq un aereo cisterna militare C-135 si è schiantato causando la morte dei sei militari a bordo. Il comando centrale statunitense ha chiarito che l’incidente non è stato provocato da fuoco nemico, mentre sono in corso indagini sulle cause.
Gruppi armati sciiti filo-iraniani hanno intanto annunciato una taglia per ottenere informazioni sulla posizione dei soldati statunitensi nel Paese. La ricompensa promessa è di 150 milioni di dinari iracheni per notizie ritenute utili a condurre attacchi mirati contro le forze americane.
Nella regione di Erbil, infine, un attacco ha provocato la morte del maresciallo francese Arnaud Frion, ulteriore segnale dell’escalation che continua a coinvolgere diversi Paesi presenti nell’area.