Trump apre indagine su 60 Paesi per lavoro forzato, coinvolti anche Ue e Regno Unito

Donald Trump ha ordinato un’indagine commerciale su 60 Paesi accusati di sfruttare lavoro forzato per aumentare la produzione industriale. Tra i Paesi coinvolti compaiono Unione Europea, Regno Unito e Canada.

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Trump apre indagine su 60 Paesi per lavoro forzato, coinvolti anche Ue e Regno Unito

L’amministrazione di Donald Trump ha avviato un’indagine commerciale che riguarda circa sessanta partner degli Stati Uniti, tra cui Unione Europea, Regno Unito e Canada. Washington sospetta che alcune politiche sul lavoro possano favorire la produzione di beni attraverso forme di lavoro forzato, alterando così la concorrenza nei mercati internazionali.

L’iniziativa arriva mentre la Casa Bianca cerca di rendere stabili i nuovi dazi globali introdotti per 150 giorni. La misura è stata adottata dopo che la Corte Suprema statunitense ha dichiarato incostituzionali le tariffe imposte l’anno precedente. L’indagine rientra nella strategia dell’amministrazione per mantenere una politica commerciale basata sui dazi, uno dei pilastri dell’agenda economica del presidente.

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Per procedere, Washington intende utilizzare la sezione 301 del Trade Act del 1974. Questa norma permette al presidente di applicare misure tariffarie permanenti quando vengono accertate pratiche commerciali considerate sleali. L’indagine esaminerà soprattutto le leggi con cui i vari Paesi regolano il lavoro nella produzione dei beni destinati all’export.

Oltre all’Unione Europea, tra i Paesi interessati figurano anche Cina, Arabia Saudita, Norvegia, Regno Unito e Canada. L’analisi non riguarderà direttamente la situazione interna dei singoli Stati, ma le regole che incidono sulla produzione dei beni esportati verso il mercato americano.

Gli Stati Uniti vietano da decenni l’ingresso di merci prodotte con lavoro forzato. Durante la presidenza di Joe Biden è stata approvata una legge che amplia la definizione di questa pratica. In base alla normativa, ad esempio, sono bloccate le importazioni provenienti dalla regione cinese dello Xinjiang, che Washington accusa di utilizzare lavoro forzato.

L’amministrazione deve ora fare i conti con una scadenza ravvicinata. A luglio termineranno i 150 giorni di validità delle tariffe globali fissate al 10%, con la possibilità di un aumento al 15%. Trump aveva imposto queste misure ricorrendo ai poteri economici d’emergenza, ma la Corte Suprema ha stabilito che l’uso di tali poteri non era costituzionale.

Per reagire rapidamente alla sentenza, il presidente si è appoggiato alla sezione 122 del Trade Act, che consente di introdurre tariffe temporanee senza l’approvazione del Congresso, ma solo per un periodo limitato. L’obiettivo dell’amministrazione è chiudere le nuove indagini in tempi rapidi e avere così una base legale per eventuali dazi permanenti.

Il rappresentante statunitense per il commercio, Jamieson Greer, ha spiegato che le verifiche verranno condotte con procedura accelerata. Secondo Washington, la linea della politica commerciale non cambia: a cambiare possono essere gli strumenti necessari per mantenerla dopo il verdetto dei giudici.