Petrolio sopra i 100 dollari con tensioni in Medio Oriente e rischio shock energetico
Il petrolio torna sopra i 100 dollari al barile mentre il conflitto in Medio Oriente alimenta timori sulle forniture energetiche. Dalla fine di febbraio i prezzi sono saliti rapidamente e il mercato guarda con apprensione allo Stretto di Hormuz.
Il prezzo del petrolio è tornato vicino ai 100 dollari al barile mentre la crisi in Medio Oriente continua a pesare sui mercati energetici. L’aumento è legato soprattutto alle tensioni militari nella regione del Golfo, da cui partono gran parte delle forniture dirette verso Asia ed Europa.
Dalla fine di febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno avviato i primi attacchi contro l’Iran, il valore del greggio è salito di circa il 47%. Se si guarda all’intero anno l’incremento sfiora il 76%. Nonostante il forte rialzo, i prezzi restano comunque sotto il record storico del 2008, quando il barile arrivò a 147 dollari.
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Secondo l’analista Anthony Willis, manager di Columbia Threadneedle Investments, la storia mostra che un petrolio stabilmente oltre i 100 dollari tende a coincidere con fasi di crescita economica più debole. Anche gli Stati Uniti, oggi molto più indipendenti dal punto di vista energetico rispetto al passato, non restano immuni agli effetti del caro greggio.
Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è salito fino a circa 3,50 dollari al gallone, con un aumento marcato nell’ultima settimana. Il petrolio del Medio Oriente rifornisce soprattutto i mercati asiatici e in parte quelli europei, ma il sistema dei prezzi è globale e gli effetti si diffondono rapidamente in tutte le economie.
Gli operatori osservano con particolare attenzione lo Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il traffico petrolifero mondiale. In condizioni normali vi transitano circa 90 petroliere al giorno. Nelle ultime ore si stima che circa 500 navi siano rimaste bloccate e alcune imbarcazioni sarebbero state colpite.
La chiusura dello stretto non riguarda solo il trasporto. I Paesi produttori della regione potrebbero trovarsi con capacità di stoccaggio limitata, situazione che li costringerebbe a rallentare o sospendere temporaneamente la produzione. A questo si aggiunge il rischio di nuovi attacchi contro impianti petroliferi e del gas nei Paesi vicini all’Iran.
In queste ore il G7 e l’Agenzia Internazionale dell’Energia stanno discutendo possibili interventi per attenuare le tensioni sul mercato. L’IEA dispone di ampie riserve strategiche che potrebbero essere utilizzate per aumentare l’offerta nel breve periodo e contenere i prezzi.
Un’altra opzione riguarda l’utilizzo di oleodotti che attraversano Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e che permettono di evitare il passaggio nello stretto. Tuttavia la capacità di queste infrastrutture è limitata e non sarebbe sufficiente a compensare completamente un blocco prolungato delle rotte marittime.
Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche l’organizzazione di convogli navali protetti, simili a quelli utilizzati durante la guerra tra Iran e Iraq. Operazioni di questo tipo richiedono però tempo e un forte impegno militare, con gli Stati Uniti che dovrebbero assumere un ruolo centrale.
Per ora non risultano mine nei canali di navigazione, elemento che potrebbe facilitare una futura riapertura del traffico. Resta però il nodo delle coperture assicurative per le navi: gli assicuratori sono molto cauti e la ripresa dei trasporti dipenderà anche dalla disponibilità a coprire i rischi.
Se il petrolio dovesse restare stabilmente sopra i 100 dollari per un periodo prolungato, gli economisti potrebbero rivedere le previsioni sulla crescita globale. Molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto e da eventuali segnali di riduzione delle tensioni nella regione.