Anisa Murati morta al biolago di Caraglio, sei indagati per la tragedia della gita del centro estivo
Anisa Murati è morta a 7 anni durante una gita al biolago di Caraglio il 24 luglio 2024. Per la procura di Cuneo l’annegamento sarebbe legato a una serie di errori, tra cui un braccialetto che indicava erroneamente che la bambina sapesse nuotare.
La morte di Anisa Murati, sette anni, avvenuta durante una gita estiva al biolago Acquaviva di Caraglio, finisce davanti al giudice. A quasi un anno dai fatti, la procura di Cuneo ha chiesto il rinvio a giudizio per sei persone ritenute coinvolte nella catena di responsabilità che avrebbe portato all’annegamento della bambina.
Secondo l’inchiesta, l’episodio non sarebbe stato un incidente isolato ma il risultato di una serie di carenze organizzative e di sicurezza. Gli investigatori parlano di negligenza e di controlli insufficienti, dalla gestione della gita fino alla realizzazione e alla sorveglianza dell’area del lago.
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Tra gli indagati figurano il progettista e direttore dei lavori della struttura, l’ingegnere Stefano Ferrari, e il responsabile dell’ufficio tecnico comunale e Rup, l’architetto Graziano Viale. Con loro sono coinvolti anche il gestore del Bioparco, Roberto Manzi, il parroco di Demonte don Fabrizio Della Bella, che aveva organizzato il centro estivo, e due animatrici maggiorenni incaricate di seguire il gruppo di bambini.
Per Ferrari e Viale l’accusa non riguarda soltanto l’omicidio colposo. I magistrati contestano anche il reato di falso in atto pubblico, legato alle verifiche sulla realizzazione dell’impianto e alla certificazione delle condizioni di sicurezza del biolago.
La tragedia risale al 24 luglio 2024. Anisa era arrivata al biolago con altri bambini del centro estivo parrocchiale della Valle Stura. A un certo punto non è stata più vista. Sulla riva sono rimaste solo le sue ciabattine rosa. Le ricerche sono partite tra animatori e personale della struttura, ma senza esito immediato. I sommozzatori hanno poi trovato il corpo della bambina sul fondo dell’acqua, a circa due metri di profondità.
Tra i punti centrali dell’indagine c’è il sistema dei braccialetti colorati consegnati ai bambini all’ingresso del lago. Il colore indicava la capacità di nuotare: arancione per chi era autonomo in acqua, verde per chi non lo era. Ad Anisa sarebbe stato dato quello arancione, segnalando quindi che la bambina sapeva nuotare.
Secondo la procura proprio quell’indicazione errata avrebbe consentito alla piccola di avvicinarsi all’acqua senza braccioli. Le due animatrici sono accusate di non aver impedito che si trovasse in una situazione di pericolo e di non aver garantito una vigilanza adeguata.
Gli investigatori indicano anche altre condizioni di rischio presenti nell’area, tra cui la torbidità dell’acqua del biolago e il fondale scivoloso. A questo si sarebbe aggiunta una sorveglianza non costante sui bambini presenti lungo la riva.
Le responsabilità ipotizzate dall’accusa riguardano anche l’organizzazione dell’uscita. Don Fabrizio Della Bella, indicato come organizzatore del centro estivo e assente quel giorno, avrebbe programmato la gita con un numero ritenuto insufficiente di animatori e senza controllare adeguatamente il loro operato.
Dalle indagini emerge inoltre che il gestore del Bioparco avrebbe telefonato al sacerdote segnalando che i bambini non erano seguiti con attenzione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, a quella segnalazione non sarebbe seguito alcun intervento.
Le contestazioni coinvolgono anche la sicurezza dell’area del lago. Al gestore viene attribuita la mancanza di alcune misure fondamentali: un piano di emergenza, un numero adeguato di bagnini, la recinzione delle sponde, indicazioni chiare sulla profondità dell’acqua e una separazione galleggiante tra la zona per nuotatori e quella riservata a chi non sapeva nuotare.
Secondo la procura queste carenze sarebbero state presenti nonostante il progetto prevedesse sistemi di sicurezza più severi. Proprio per questo nell’inchiesta compaiono anche i dirigenti comunali che avevano certificato la regolare esecuzione dei lavori senza segnalare tali criticità.