Senigallia, infezione scambiata per allergia al pronto soccorso: risarcimento di 290mila euro al figlio
Maria Rossi morì all’ospedale di Senigallia dopo tre accessi al pronto soccorso perché una grave infezione fu scambiata per allergia. La Corte d’appello ha confermato la responsabilità sanitaria e disposto un risarcimento al figlio.
Tre accessi al pronto soccorso in meno di quarantotto ore, poi la morte in ospedale. È la vicenda di una donna di 72 anni deceduta nel 2011 all’ospedale di Senigallia dopo che un’infezione grave era stata inizialmente scambiata per una reazione allergica. A distanza di anni, la Corte d’appello di Ancona ha confermato la responsabilità dell’azienda sanitaria e stabilito un risarcimento complessivo di 290mila euro al figlio.
Il primo episodio risale al 27 ottobre 2011. La donna si presentò al pronto soccorso con un malessere diffuso e fu dimessa con la diagnosi di orticaria da allergia. Il giorno successivo tornò in ospedale perché i dolori non erano passati, anzi si erano intensificati. Anche in quell’occasione venne dimessa con un nuovo responso: coxalgia, cioè dolore all’anca, associata a una possibile allergia all’aspirina.
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Il 29 ottobre la situazione precipitò. La paziente si ripresentò al pronto soccorso con dolori ormai insopportabili. I medici la ricoverarono subito in rianimazione con il sospetto di shock settico. La diagnosi fu confermata poco dopo, ma il quadro clinico era ormai compromesso e la donna morì nel giro di poche ore per insufficienza multiorgano provocata da una sepsi.
Secondo i consulenti nominati dalla Corte, se la paziente fosse stata trattenuta in osservazione durante i primi due accessi e sottoposta ad accertamenti mirati per individuare un’infezione, avrebbe avuto circa il 30% di possibilità in più di sopravvivere.
Dopo la morte della donna, la famiglia avviò una causa civile contro l’azienda sanitaria. Nel 2018 arrivò la prima condanna nei confronti della gestione liquidatoria dell’ex Asur Marche, che però decise di presentare ricorso. La Corte d’appello di Ancona ha ora confermato le responsabilità legate alle diagnosi errate e alle dimissioni ritenute premature.
Nel ricalcolo del danno, i giudici hanno ridotto l’importo complessivo da 360mila a 290mila euro. In primo grado il tribunale aveva quantificato il danno da perdita del rapporto parentale in 100mila euro per il figlio e 120mila euro come quota spettante al marito della vittima, morto alcuni mesi dopo la moglie. In appello queste somme sono state riviste fino a un totale di 150mila euro.
È rimasto invece invariato il risarcimento di 140mila euro riconosciuto per la perdita delle possibilità di sopravvivenza della paziente nelle ore precedenti alla morte. L’azienda sanitaria è stata inoltre condannata a rimborsare due terzi delle spese legali sostenute nei due gradi di giudizio, comprese le consulenze mediche.