Rose Byrne madre al limite nel film di Mary Bronstein tra ironia e crisi familiare
Rose Byrne interpreta Linda, psicologa e madre allo stremo dopo il crollo del soffitto di casa che la costringe a vivere in motel con la figlia malata. Il film di Mary Bronstein mescola tragedia, ironia e tensione e ha colpito anche molti spettatori uomini.
Rose Byrne è la protagonista di “Se solo potessi ti prenderei a calci”, il film diretto da Mary Bronstein arrivato nelle sale dal 5 marzo. L’attrice interpreta Linda, una psicologa che tenta di tenere insieme lavoro e famiglia mentre la sua vita personale si sgretola. Tutto precipita quando il soffitto della sua casa cede improvvisamente, costringendola a trasferirsi in un motel con la figlia che necessita di cure mediche.
Alla precarietà della nuova sistemazione si aggiungono altri problemi. Il marito è poco presente e una paziente sparisce senza lasciare traccia. Linda continua a lavorare, ma è ormai in pieno burnout. Byrne racconta che proprio questo contrasto tra il suo ruolo professionale e la fragilità personale rende il personaggio inquietante e, allo stesso tempo, sorprendentemente ironico.
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Il film, presentato ai festival di Sundance e Berlino nel 2025, unisce momenti drammatici a situazioni quasi grottesche. Bronstein utilizza anche elementi vicini all’horror per raccontare la fatica della maternità e la pressione che molte donne avvertono nella vita quotidiana.
Secondo la regista, negli ultimi anni più autrici stanno portando sullo schermo storie legate alla loro esperienza diretta. Racconti che mostrano senza filtri frustrazioni, rabbia e contraddizioni. Per Bronstein il cinema può diventare uno spazio in cui le donne descrivono se stesse senza modelli imposti.
Le reazioni del pubblico sono state intense. La regista racconta che diversi spettatori uomini, dopo la proiezione, le hanno confidato di aver ripensato al rapporto con le proprie madri o con le partner. Alcuni le hanno detto che il film li ha spinti a chiedere scusa o a guardare con più attenzione la fatica quotidiana che spesso resta invisibile.
Byrne descrive l’esperienza come una delle più stimolanti della sua carriera. La protagonista vive in equilibrio precario tra disperazione e sarcasmo, continuando a esercitare la professione nonostante sia esausta. Una figura che mette in discussione anche l’idea di terapeuta come punto di riferimento infallibile nella società.