Falsi certificati anti rimpatrio a Ravenna, nelle chat dei medici frasi contro la polizia
A Ravenna alcuni medici sono indagati per aver firmato certificati che impedivano il rimpatrio di migranti. L’inchiesta è partita dopo il ritrovamento di un modulo sospetto e si basa su chat e intercettazioni che mostrano divisioni nel reparto.
L’indagine della Procura di Ravenna sui presunti certificati medici utilizzati per bloccare il rimpatrio di migranti si fonda su intercettazioni, messaggi e documenti raccolti negli ultimi mesi. Tra le conversazioni finite agli atti compare anche uno scambio tra un medico esterno alla struttura e una collega indagata, dopo il rilascio di due attestazioni di non idoneità ai Centri di permanenza per il rimpatrio. Nel messaggio il collega esprime soddisfazione con toni duri contro le forze dell’ordine.
Secondo gli investigatori, l’attività sospetta riguarderebbe certificati medici che dichiaravano i pazienti non idonei ai Cpr, impedendo quindi il trasferimento nei centri destinati alle procedure di espulsione. L’inchiesta è coordinata dai pubblici ministeri Daniele Barberini e Angela Scorza, che contestano a otto medici il reato di falso ideologico continuato. Per loro è stata chiesta anche la sospensione dall’attività professionale per un anno.
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All’interno del reparto di Malattie infettive, dalle testimonianze raccolte emerge anche un contrasto tra i professionisti. Alcuni medici coinvolti nelle indagini avrebbero difeso la scelta di dichiarare la non idoneità come forma di dissenso verso il sistema dei rimpatri. Altri colleghi, estranei all’inchiesta, hanno invece preso le distanze da questo metodo, sostenendo che il certificato dovrebbe essere rilasciato solo in presenza di condizioni cliniche precise.
I dati raccolti dalla polizia tra settembre 2024 e gennaio 2026 indicano che su 64 cittadini irregolari accompagnati nel reparto per gli accertamenti sanitari, 34 sono stati giudicati non idonei al trasferimento nei centri per il rimpatrio. In altri dieci casi la visita non è stata effettuata perché i pazienti hanno rifiutato di sottoporsi agli esami.
Dalle chat sequestrate emerge inoltre l’uso di un modulo prestampato per redigere le certificazioni. Il documento sarebbe stato ispirato a una bozza disponibile sul sito della Società di medicina delle migrazioni. In una conversazione un medico proponeva di condividerlo tra i colleghi, mentre una delle indagate raccomandava di modificarlo prima dell’utilizzo per evitare problemi con la questura.
L’inchiesta è partita il 10 luglio 2025, quando la Squadra Mobile ha individuato un certificato che conteneva ancora in allegato la bozza originale del modulo. Gli interrogatori di garanzia dei medici coinvolti sono stati fissati dal giudice per il 12 marzo.