Anestesista condannato per omicidio al lavoro a Merate, sospeso dopo l'allarme dei colleghi
Vincenzo Campanile, anestesista già condannato per omicidio, ha lavorato a Merate grazie a un vuoto normativo. Il caso emerge dopo due turni in pronto soccorso e una verifica dei colleghi sul suo passato giudiziario.
È bastato poco perché il nome di Vincenzo Campanile riemergesse. Il medico, 59 anni, ha lavorato per due turni al pronto soccorso dell’ospedale di Merate, in provincia di Lecco, assunto come “gettonista” tramite una cooperativa privata. A far scattare i controlli sono stati alcuni colleghi, insospettiti, che hanno cercato informazioni online e scoperto una condanna per omicidio volontario.
La segnalazione è arrivata all’azienda sanitaria locale, che ha verificato il profilo del professionista. Secondo quanto emerso nei processi, Campanile sarebbe responsabile della morte di sette pazienti tra il 2014 e il 2018, durante il servizio a Trieste. Le accuse parlano di somministrazione di anestetici in dosi letali, tra cui il Propofol, a persone anziane e in condizioni critiche.
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L’indagine era partita dal decesso di un’anziana, avvenuto in una struttura assistenziale, e si è poi allargata ad altri casi. I magistrati hanno descritto una pratica sistematica, definita come eutanasia realizzata fuori da qualsiasi quadro legale. In primo e secondo grado il medico è stato condannato a 15 anni e 7 mesi, con responsabilità riconosciuta in sette episodi su nove.
La sentenza però non è definitiva. In attesa del giudizio della Cassazione, la condanna non è esecutiva. Questo ha consentito al medico di continuare a lavorare, sfruttando incarichi temporanei gestiti da cooperative, senza un blocco formale dell’attività professionale.
Dopo il caso emerso a Merate, la Regione Lombardia è intervenuta. L’assessore al Welfare Guido Bertolaso ha disposto la sospensione immediata del medico in via cautelativa. La vicenda ha riportato al centro il tema dei controlli sul personale sanitario reclutato tramite esternalizzazioni, soprattutto nei reparti più delicati come il pronto soccorso.
Per le istituzioni regionali resta aperta una criticità: la mancanza di un sistema efficace di verifica condivisa tra pubblico e privato sui precedenti giudiziari e professionali dei medici impiegati nelle strutture sanitarie.