Domenico Belfiore, funerali privati per il boss condannato per l'omicidio di Bruno Caccia
Domenico Belfiore è morto a 74 anni dopo una condanna all’ergastolo per l’omicidio di Bruno Caccia, e la questura di Torino ha imposto esequie strettamente private. Il feretro sarà portato direttamente al cimitero senza cerimonie pubbliche.
Per Domenico Belfiore non ci sarà alcun funerale pubblico. La questura di Torino ha stabilito regole rigide per l’ultimo saluto al boss della ’ndrangheta, morto a 74 anni. Nessun corteo, niente celebrazioni aperte alla città: tutto dovrà svolgersi in forma privata.
A Chivasso non sono previste cerimonie né riti pubblici. La salma sarà trasferita direttamente dalle camere mortuarie dell’ospedale al cimitero, senza passaggi intermedi e senza segnali esterni come campane o cortei.
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Sulla possibilità di una funzione religiosa era intervenuto anche don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, contrario a una celebrazione in chiesa. Ha parlato di una scelta che rischierebbe di colpire ancora una volta i familiari delle vittime, ritenendo inaccettabile una messa solenne per un mafioso mai pentito.
Parole condivise in parte da Paola Caccia, figlia del magistrato ucciso. «È giusto evitare celebrazioni pubbliche», ha detto, senza entrare nel merito dell’aspetto religioso. Ha aggiunto di non provare odio né desiderio di vendetta, ma resta forte la volontà di chiarire i tanti punti rimasti oscuri.
Bruno Caccia, allora procuratore capo di Torino, fu assassinato nel 1983 sotto casa, colpito da diversi colpi di pistola. Le sentenze hanno attribuito alla ’ndrangheta la decisione di eliminarlo, considerato un magistrato determinato e scomodo. Belfiore è stato indicato come mandante, anche se ha sempre negato ogni responsabilità.
La condanna all’ergastolo è diventata definitiva nel 1992. Molti aspetti del delitto, però, non sono mai stati chiariti del tutto, a partire dai componenti del commando che eseguì l’agguato.
Nel 2015, durante la detenzione domiciliare concessa per motivi di salute, Belfiore fu monitorato dagli investigatori. L’operazione portò all’arresto di Rocco Schirripa, poi condannato. Anche in quell’occasione, però, non arrivò alcuna collaborazione da parte del boss.
Con la sua morte si chiude anche la possibilità di ottenere nuove risposte. «Finché era vivo speravo che prima o poi parlasse», ha spiegato Paola Caccia, descrivendo la sensazione di frustrazione per una verità che resta incompleta.