Navalny, l'ipotesi epibatidina: la super tossina delle rane velenose

A due anni dalla morte di Alexei Navalny emergono nuovi dettagli: nei campioni del corpo sarebbero state trovate tracce di epibatidina, una potente neurotossina naturale. Il Regno Unito ipotizza un avvelenamento deliberato.

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Navalny, l'ipotesi epibatidina: la super tossina delle rane velenose

Nuovi elementi riaccendono i dubbi sulla morte di Alexei Navalny. Secondo il ministero degli Esteri britannico, nei campioni analizzati sarebbero state rilevate tracce di epibatidina, una sostanza estremamente tossica che potrebbe aver provocato il decesso dell’oppositore russo nella colonia penale siberiana dove era detenuto.

L’epibatidina è una neurotossina naturale individuata nella pelle di alcune rane freccia velenose del Sud America, in particolare tra Ecuador e Perù. L’esperta di tossicologia Jill Johnson la descrive come una sostanza fino a 200 volte più potente della morfina. Pur studiata in passato come possibile antidolorifico, non è mai stata utilizzata in ambito clinico per l’elevato rischio di effetti letali.

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Il composto agisce direttamente sui recettori nicotinici del sistema nervoso. Una stimolazione eccessiva può causare paralisi, convulsioni, rallentamento del battito cardiaco e blocco della respirazione. Nei casi più gravi, l’esito è fatale per soffocamento, come spiegato anche dal professor Alastair Hay dell’Università di Leeds.

Secondo gli esperti, la presenza della tossina nel sangue indicherebbe una somministrazione intenzionale. L’epibatidina è rara in natura e difficile da reperire: si trova solo in alcune specie di rane che accumulano la sostanza attraverso l’alimentazione. In laboratorio può essere sintetizzata, ma resta un composto poco diffuso e complesso da utilizzare.

La versione ufficiale russa continua a parlare di morte per cause naturali. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha respinto le accuse definendole infondate, mentre l’ambasciata russa a Londra ha parlato di ricostruzioni prive di credibilità. Di tutt’altro avviso la vedova Yulia Navalnaya, che da subito ha sostenuto la tesi dell’avvelenamento.

Hamish de Bretton-Gordon, ex ufficiale britannico ed esperto di armi chimiche, ha invitato a diffidare delle dichiarazioni ufficiali di Mosca, sostenendo che i Paesi NATO disporrebbero di prove che indicano un coinvolgimento statale nella morte dell’oppositore.

Al momento del decesso, Navalny aveva 47 anni ed era detenuto da tre anni. Secondo la ricostruzione diffusa dalle autorità russe, si sarebbe sentito male dopo una breve passeggiata nella colonia penale artica, accasciandosi poco dopo senza più riprendere conoscenza.