Cecchini a Sarajevo, il racconto di un testimone sugli stranieri durante l'assedio
Un ex volontario serbo-bosniaco racconta il ruolo degli stranieri durante l’assedio di Sarajevo: pagavano per sparare sui civili e celebravano le uccisioni tra cibo e alcol.
A Sarajevo, negli anni dell’assedio tra il 1992 e il 1995, c’era chi arrivava dall’estero per sparare sui civili. A raccontarlo è Aleksandar Licanin, oggi 63 anni, allora volontario in un’unità corazzata serbo-bosniaca, pronto a testimoniare davanti ai magistrati italiani.
L’uomo parla di oltre 11.500 morti nella capitale bosniaca durante il conflitto e descrive un sistema organizzato che coinvolgeva cittadini stranieri. Secondo il suo racconto, alcuni di loro pagavano tra i 500 e i 1.000 marchi tedeschi per ottenere una postazione da cecchino negli edifici più alti della città.
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La riapertura dell’inchiesta sui cecchini di Sarajevo riporta sotto i riflettori un camionista friulano di 80 anni, indagato per omicidio dopo tre decenni.
Alloggiati nei pressi del cimitero ebraico, questi tiratori – indicati come italiani, tedeschi e britannici – venivano assistiti nella scelta dei bersagli. «Avevano tutto quello che serviva», ricorda Licanin, spiegando che da quella posizione il tiro risultava facile e preciso.
Nel mirino finivano donne, bambini e anziani. «Erano fuori controllo», racconta. Tra gli episodi che ricorda, anche quello di una donna di origine romena che avrebbe ucciso più di dieci persone.
Dopo le sessioni di fuoco, descritte come una vera e propria “caccia”, i cecchini si riunivano per festeggiare. «Mangiavano e bevevano dopo aver ucciso», dice il testimone, parlando di comportamenti che definisce sadici.
Oggi Licanin vive ancora in Bosnia, dove lavora come boscaiolo. Porta con sé il peso di quei ricordi: la moglie racconta che soffre di incubi, anche se al risveglio non ne conserva memoria.