Long Covid, studio Usa collega i sintomi a meccanismi simili all'alzheimer
Uno studio Usa collega il Long Covid a modifiche del plesso coroideo, con alterazioni legate a proteine tipiche dell’Alzheimer e lievi cali nei test cognitivi. Analizzati 179 partecipanti con risonanza, esami del sangue e prove di memoria.
Il Long Covid potrebbe lasciare tracce nel cervello attraverso processi che ricordano quelli osservati nell’Alzheimer. È quanto emerge da una ricerca condotta negli Stati Uniti da un gruppo della NYU Langone Health e pubblicata sulla rivista “Alzheimer’s & Dementia”.
Al centro dell’analisi c’è il plesso coroideo, una rete di vasi sanguigni che produce il liquido cerebrospinale e contribuisce a proteggere il cervello. Questa struttura regola anche le risposte immunitarie e aiuta a smaltire le scorie. Studi precedenti avevano già segnalato che il virus Sars-CoV-2 può danneggiarla.
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Nel nuovo lavoro, i ricercatori hanno osservato che nei pazienti con sintomi neurologici persistenti il volume del plesso coroideo risulta in media più grande del 10% rispetto a chi ha avuto il Covid ed è guarito del tutto. L’aumento è associato a livelli più elevati di proteine come la pTau217 e la proteina acida fibrillare gliale, entrambe collegate ai processi neurodegenerativi.
I partecipanti con un plesso coroideo più voluminoso hanno mostrato anche risultati leggermente peggiori al Mini-Mental State Exam, test usato per valutare memoria e attenzione. Il calo medio registrato è stato intorno al 2%.
Il Long Covid indica la persistenza dei disturbi per mesi o anni dopo l’infezione. A livello globale circa 780 milioni di persone hanno contratto il virus, e una parte continua a riferire affaticamento, difficoltà di concentrazione, vertigini, alterazioni di olfatto e gusto, oltre a sintomi dell’umore.
Secondo l’autore principale Yulin Ge, le reazioni immunitarie che si protraggono dopo l’infezione possono provocare un gonfiore in grado di compromettere una barriera cerebrale cruciale proprio nel plesso coroideo. L’insieme dei dati raccolti suggerisce che l’aumento delle dimensioni di questa struttura possa rappresentare un segnale precoce di possibile declino cognitivo.
Lo studio ha coinvolto 179 persone: 86 con sintomi neurologici di Long Covid, 67 completamente ristabilite dopo l’infezione e 26 mai contagiate. Tutti sono stati sottoposti a risonanza magnetica cerebrale avanzata, esami del sangue e test cognitivi.
Le immagini hanno evidenziato modifiche nei vasi del plesso coroideo dei pazienti Long Covid: volume maggiore e riduzione del flusso sanguigno nella struttura. Gli autori ipotizzano un rimodellamento vascolare legato all’infiammazione, con fibrosi e tessuto cicatriziale che ostacolano ulteriormente la circolazione.
Un apporto di sangue ridotto al plesso coroideo può limitare la produzione di liquido cerebrospinale, favorire l’accumulo di scorie e indebolire la barriera tra sangue e cervello. Il passo successivo, spiegano i ricercatori, sarà seguire nel tempo i partecipanti per capire se queste alterazioni possano anticipare problemi cognitivi duraturi e chiarire il legame tra cambiamenti strutturali e sintomi neurologici.