Paolo Virzì e Cinque secondi, il film contestato dalla famiglia Guelfi Camaiani
Il nuovo film di Paolo Virzì è finito davanti ai giudici di Firenze dopo la denuncia di un erede di una storica famiglia toscana, che contesta l’uso del nome e il ritratto della propria casata nella pellicola.
Il cinema d’autore entra in aula. Cinque secondi, l’ultimo lavoro di Paolo Virzì, è al centro di una causa civile avviata a Firenze da un esponente di una nota famiglia nobiliare toscana, deciso a difendere il nome e la storia della propria casata.
L’azione legale nasce dalla presenza nel film di un personaggio che richiama da vicino una figura reale. Secondo la produzione si tratta di una libera ispirazione, ma per il nipote della contessa il confine sarebbe stato superato, senza alcuna autorizzazione formale all’uso del nome.
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Nel mirino c’è la rappresentazione della contessa Matilde Guelfi Camaiani e dell’ambiente familiare che la circonda. Sullo schermo, la famiglia appare segnata da difficoltà economiche, dipendenze, reati, disturbi psichici e un suicidio, elementi ritenuti offensivi e lesivi dall’erede.
La citazione in giudizio riguarda le società di produzione coinvolte, Greenboo Production e Indiana Production. Oltre alla richiesta di risarcimento, è stato chiesto un provvedimento urgente per fermare la distribuzione del film, ritenuto dannoso per l’immagine familiare.
Il primo passaggio davanti al Tribunale di Firenze ha però dato ragione al regista. Il giudice Carolina Dini ha respinto la richiesta di blocco immediato, rilevando che l’opera si presenta come finzione narrativa e non come ricostruzione di fatti reali.
Nell’ordinanza viene richiamato anche l’avviso inserito nei titoli di coda, che chiarisce come personaggi ed eventi siano immaginari. Secondo il giudice, non emergerebbe un rischio concreto di confusione tra racconto cinematografico e realtà storica.
La vicenda giudiziaria prosegue nel merito. Resta da valutare se la rappresentazione possa configurare una violazione del diritto all’identità personale e della riservatezza familiare, e se vi siano i presupposti per un eventuale risarcimento.