Zoe Trinchero, l'ultima chiamata all'amica e il profilo di Alex Manna: Possessivo e violento
L’ultima chiamata alle 23:30, rimasta senza risposta, tormenta l’amica più cara di Zoe Trinchero. Davanti alla caserma emergono i dettagli di una notte finita in tragedia e il ritratto di un ragazzo descritto come geloso e aggressivo.
Nicole stringe la mano del fidanzato davanti alla cancellata della caserma. Il silenzio del pomeriggio è rotto solo dalle urla del padre di Zoe e dalla rabbia degli amici. Ha gli occhi segnati da notti senza sonno e un pensiero fisso che non la lascia: le 23:30, l’ora dell’ultima chiamata di Zoe Trinchero.
«Avevo il telefono in silenzioso, non lo faccio mai», ripete a bassa voce. Quella chiamata mancata oggi pesa come un allarme rimasto spento. Tra loro due c’era un accordo tacito: condividere la posizione sul cellulare per sentirsi più sicure quando qualcosa non convinceva. «Forse, se avessi risposto, sarebbe ancora viva», dice, con il rimorso che le spezza il fiato.
Leggi anche: Omicidio di Zoe Trinchero a Nizza Monferrato, Alex Manna confessa dopo l'interrogatorio
Il diciannovenne ha confessato dopo ore di interrogatorio l’omicidio di Zoe Trinchero, avvenuto a Nizza Monferrato dopo una festa.
Nicole non era soltanto l’amica più vicina alla vittima. In passato era stata anche la fidanzata di Alex Manna, il diciannovenne che dopo ore di interrogatorio ha confessato l’omicidio. Lo conosce bene e lo descrive senza sconti: «Non è cattivo, ma è aggressivo. Perde la pazienza, rompe vetri e oggetti».
Secondo il suo racconto, Alex viveva appoggiandosi agli altri. Prima a lei, poi alla nuova compagna. Passava le giornate a dormire fino a tardi, con poca voglia di lavorare e scatti di rabbia improvvisi. Un carattere che, col tempo, diventava soffocante.
L’amica smentisce anche la versione fornita dal ragazzo su una presunta relazione passata con Zoe. «Eravamo migliori amiche, mi avrebbe detto tutto. Lui mi tradiva, questo sì, ma tra loro non c’è mai stata una storia», afferma con decisione.
Zoe era l’opposto. Diciassette anni, energia contagiosa, sempre in movimento. Amava i Metallica e le partite a biliardo nel centro del paese, dove ora il tavolo resta inutilizzato. Nonostante una famiglia segnata dalla separazione dei genitori e ferite affettive profonde, non si fermava.
Lavorava al bar della stazione, dietro un bancone che affrontava con entusiasmo. Il titolare era pronto a rinnovarle il contratto. «Era sorridente, capace, portata per stare a contatto con le persone», ricordano.
Quel lavoro, però, era solo un passaggio. Zoe voleva tornare a studiare, diventare psicologa. Pensava di poter aiutare gli altri proprio perché conosceva bene il dolore. Un progetto rimasto incompiuto, come quella chiamata persa che ancora oggi non smette di risuonare.