Insegnante rischia il licenziamento per assistere la figlia: il giudice annulla le sanzioni

Tre giorni di permesso per assistere una figlia malata diventano assenze ingiustificate e rischio licenziamento. Un insegnante abruzzese porta la scuola in tribunale e ottiene ragione, con il ripristino dello stipendio e il rimborso delle spese.

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Tre giorni lontano dall’aula per accudire una figlia minorenne malata. Permesso richiesto e motivato, poi contestato al rientro. È quanto accaduto a Valerio Di Stefano, 62 anni, docente di spagnolo in una scuola della provincia di Teramo, finito sotto procedimento disciplinare per presunte assenze ingiustificate.

Secondo la ricostruzione del professore, la dirigente scolastica ha considerato non valido il permesso per “motivi personali e familiari” presentato prima dell’assenza. La contestazione ha fatto scattare una sanzione immediata: tre giorni segnati come ingiustificati, con la prospettiva del licenziamento al quarto giorno e una trattenuta di 285 euro sullo stipendio.

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Di Stefano racconta di aver spiegato via mail che non poteva lasciare sola la figlia. La risposta dell’istituto non è cambiata. Per il docente, la procedura è stata applicata senza gradualità: un provvedimento diretto, senza passaggi intermedi o richiami.

La vicenda è arrivata davanti al Tribunale del lavoro. Nel 2023 il giudice ha dichiarato illegittime le sanzioni adottate dalla scuola, ordinando la restituzione delle somme trattenute e condannando l’amministrazione al pagamento di circa 900 euro di spese legali.

Il caso ha acceso l’attenzione su un meccanismo disciplinare che concentra valutazione e decisione nelle stesse mani. Di Stefano osserva che, quando il dirigente è convinto della propria posizione, diventa difficile rivedere i provvedimenti adottati, anche in presenza di giustificazioni documentate.

Intanto restano aperte altre contestazioni. Il docente invita i colleghi a conoscere a fondo il contratto e le tutele previste, perché solo così è possibile difendersi quando un permesso regolare viene trasformato in una colpa disciplinare.