Draghi e l'Europa federale: avanti solo con chi è disposto, come accadde per l'euro

Mario Draghi rilancia l’idea di un’Europa federale costruita solo tra i Paesi pronti a farlo. Dal palco di Lovanio, indica un metodo già sperimentato: andare avanti senza attendere l’unanimità, come accadde con l’euro.

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Mario Draghi è tornato al centro del dibattito europeo con un intervento pronunciato a Lovanio, in occasione del conferimento di una laurea honoris causa. Le sue parole hanno riacceso lo scontro tra chi invoca un’Unione più integrata e chi, al contrario, continua a difendere un’idea di Europa fondata sulla piena sovranità nazionale.

Il punto più rilevante del discorso non sta però nella contrapposizione tra europeisti e sovranisti, ma nella proposta di metodo. L’ex presidente della Bce ha indicato una via precisa: costruire un’Europa federale solo con i Paesi che intendono davvero farne parte, senza restare bloccati dall’obbligo di muoversi tutti insieme.

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Draghi ha richiamato il concetto di federalismo pragmatico, già utilizzato in passato. Pragmatico perché, ha spiegato, significa procedere con i partner disponibili, concentrandosi sui settori in cui oggi è possibile fare passi concreti. Federale perché l’obiettivo finale resta la creazione di istituzioni comuni dotate di poteri reali e capacità decisionale effettiva.

Alla base del ragionamento c’è una critica netta all’attuale assetto europeo. Mettere insieme più Stati, ha osservato, non genera automaticamente forza. Un sistema fondato sul coordinamento tra governi, con diritti di veto e interessi divergenti, resta fragile ed espone ogni Paese al rischio di isolamento.

Secondo Draghi, il potere nasce solo quando si supera la logica confederale. L’esperienza dimostra che, dove l’Europa ha scelto di agire come un soggetto unico – commercio, concorrenza, mercato interno, politica monetaria – è riuscita a farsi rispettare e a negoziare da posizione di forza.

Gli esempi citati riguardano anche l’attualità. Nei negoziati commerciali in corso con l’India e con l’America Latina, l’Unione parla con una sola voce. Al contrario, nei campi in cui prevale la frammentazione, come difesa, politica industriale e affari esteri, l’Europa viene trattata come un insieme di Stati medi, facilmente divisibili.

La debolezza diventa ancora più evidente quando commercio e sicurezza si intrecciano. Un’Europa compatta sul piano economico ma divisa sulla difesa, ha avvertito Draghi, rischia di vedere i propri punti di forza usati contro le sue vulnerabilità, come già accade nei rapporti internazionali attuali.

Da qui la proposta di superare il vincolo dell’unanimità e l’idea che l’Unione debba muoversi sempre e comunque a 27. Il modello suggerito prevede adesioni volontarie, senza imposizioni, con una porta aperta a chi vorrà unirsi in seguito, ma non a chi potrebbe compromettere l’obiettivo comune.

Nel suo intervento, Draghi ha indicato un precedente concreto: l’euro. I Paesi pronti hanno deciso di andare avanti, hanno creato istituzioni comuni con vera autorità e, attraverso quell’impegno condiviso, hanno costruito una solidarietà più profonda di quella prevista dai trattati. In seguito, altri Stati hanno scelto di aderire.

Il messaggio finale è chiaro: l’Europa federale può nascere solo tra chi la vuole davvero. Se necessario, la strada passa da un’integrazione a cerchi ristretti, lasciando fuori chi non intende condividere più poteri e più responsabilità.