Angelo con volto Meloni a San Lorenzo in Lucina, parla Antonio d'Amelio: Quel volto non c'era, lo aggiunse il restauratore

L’affresco dell’angelo con un volto ritenuto simile a quello di Giorgia Meloni continua a far discutere. Antonio d’Amelio ricostruisce la storia della cappella, dei restauri e chiarisce l’origine del dipinto che ha acceso il caso.

angelo volto

Il dibattito sull’angelo dipinto nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma, non si placa. Il cherubino, il cui volto viene accostato da molti osservatori a quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, resta al centro di valutazioni ancora aperte. Dal Vicariato fanno sapere che, al momento, non esistono decisioni su una possibile rimozione dell’affresco.

A fornire una ricostruzione dettagliata è Antonio d’Amelio, conte e vicepresidente del Consiglio Gran Magistrale degli Ordini Dinastici, che con la moglie Daniela ha finanziato il primo intervento di restauro della cappella. La sua famiglia, spiega, è legata a quel luogo da decenni: la cappella fu voluta dal padre Carlo d’Amelio, allora ministro della Real Casa, che vi organizzò una cerimonia in suffragio di Umberto II.

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Un secondo intervento arrivò nel 2000, dopo infiltrazioni d’acqua provenienti dalla terrazza sovrastante. In quell’occasione d’Amelio contribuì economicamente per l’impermeabilizzazione e il recupero degli spazi. Su quel restauro, però, chiarisce di non avere informazioni dirette sugli interventi pittorici successivi.

Secondo la sua versione, il volto che oggi richiama quello della premier non faceva parte della decorazione originaria. Sarebbe stato aggiunto in seguito dal restauratore, poi divenuto sacrestano, che avrebbe dipinto il viso di propria iniziativa. Un gesto privo di intenzioni simboliche, nato – racconta – dal semplice desiderio di raffigurare un angelo.

Alla domanda se nella cappella possano celarsi messaggi allusivi, magari legati alla monarchia o alla politica, d’Amelio esclude letture elaborate. Anche l’altro angelo, che qualcuno dice somigliare a Giuseppe Conte e che regge una corona, non sarebbe frutto di un disegno preciso, ma di scelte inconsapevoli dell’artista.

Il tema monarchico, però, torna quando si parla della lastra posta sotto l’affresco, che auspica il rientro delle spoglie di Umberto II al Pantheon. D’Amelio ricorda di aver affrontato la questione anni fa con l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, ricevendo una risposta prudente: i tempi, a suo dire, non erano ancora maturi.

Per il conte, oggi il contesto è cambiato. Già durante la presidenza di Sandro Pertini si tentò di riportare in Italia le salme di Vittorio Emanuele III e della regina Elena, ma l’operazione si bloccò per il mancato riconoscimento formale della Repubblica da parte di Umberto II. Un nodo politico che allora fermò tutto.

Quanto ai gioielli di Casa Savoia, d’Amelio ridimensiona il tema. Ricorda inventari e valutazioni del passato, spiegando che il patrimonio non era così consistente come spesso si racconta. Diverso il discorso per la collezione numismatica di Vittorio Emanuele III, donata allo Stato e oggi conservata a Palazzo Massimo, il cui valore storico ed economico resta elevatissimo.

Per chiudere definitivamente le controversie, la soluzione indicata è una sola: trasferire al Pantheon le spoglie di Umberto II e Vittorio Emanuele III, affiancandole a quelle degli altri sovrani già sepolti a Roma. Un gesto che, secondo d’Amelio, segnerebbe la conclusione simbolica della storia dei Savoia in Italia.

La fine dell’esilio della dinastia arrivò solo nel 2002, con la modifica della XIII disposizione transitoria della Costituzione. Le salme di Vittorio Emanuele III ed Elena di Savoia sono rientrate in Italia nel 2017 e riposano a Vicoforte, in provincia di Cuneo. Quelle di Umberto II e Maria José restano invece in Francia, nell’Abbazia di Altacomba, in attesa di una decisione definitiva.