Draghi avverte: senza federazione l'Europa rischia subordinazione e declino industriale

L’Europa non può più contare sull’ordine globale che ha garantito sicurezza e commercio per decenni. Mario Draghi avverte: senza un salto politico, l’Unione rischia marginalità, divisioni interne e perdita industriale.

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L’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale non regge più. Secondo Mario Draghi, i fatti mostrano che il sistema multilaterale guidato dagli Stati Uniti non è più il perno su cui l’Europa può costruire sicurezza e prosperità.

L’ex presidente del Consiglio ed ex numero uno della Bce ha parlato all’Università di Lovanio, dove ha ricevuto una laurea honoris causa. Qui ha ricordato come l’Unione europea sia nata sulla convinzione che il diritto internazionale e istituzioni solide potessero garantire pace e crescita, grazie anche alla protezione americana.

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Per decenni, ha spiegato Draghi, l’alleanza con Washington ha permesso ai Paesi europei di affrontare minacce esterne e di puntare sull’apertura economica. La sicurezza garantita dagli Stati Uniti e un commercio concentrato all’interno dell’alleanza hanno sostenuto la prosperità del continente.

Quel modello, però, si è incrinato. L’ingresso della Cina nel Wto ha segnato una svolta: commercio e sicurezza hanno iniziato a seguire strade diverse. Per la prima volta, l’Europa ha intensificato scambi con una potenza globale capace di competere come polo autonomo.

Secondo Draghi, il commercio mondiale si è allontanato dalla logica del vantaggio comparato. Alcuni Paesi hanno puntato su strategie mercantiliste, ottenendo vantaggi assoluti e scaricando i costi su altri, con effetti evidenti sulla deindustrializzazione e sull’aumento delle disuguaglianze.

Questo squilibrio ha alimentato reazioni politiche che oggi condizionano le relazioni internazionali. L’Unione europea, avverte Draghi, rischia di diventare allo stesso tempo subordinata, divisa e deindustrializzata.

Il problema non è solo la fine delle vecchie regole. Un mondo con meno commercio e norme più deboli sarebbe difficile, ma gestibile. La vera minaccia è ciò che sta prendendo il posto di quell’ordine.

Da un lato, gli Stati Uniti mostrano una crescente attenzione ai costi sostenuti per sostenere il sistema globale, trascurando i benefici ottenuti. Dall’altro, impongono dazi all’Europa e non nascondono di considerare utile ai propri interessi una frammentazione politica del continente.

La Cina, invece, controlla nodi cruciali delle catene di approvvigionamento globali e trasferisce sugli altri i costi dei propri squilibri interni. In questo scenario, l’Europa rischia di non riuscire più a difendere interessi e valori.

Per evitare questo destino, Draghi indica una strada precisa: passare dalla confederazione alla federazione. Dove l’Europa ha già compiuto questo passo, come nel mercato unico, nella concorrenza o nella politica monetaria, è riconosciuta come attore forte e credibile.

Gli accordi commerciali con India e America Latina sono citati come esempio di ciò che l’Unione può ottenere quando agisce come blocco unico. Presi singolarmente, molti Stati membri non hanno il peso di una potenza media in grado di orientarsi nel nuovo equilibrio globale.

Insieme, invece, l’Europa dispone di dimensioni economiche, risorse, cultura politica e decenni di costruzione istituzionale. Secondo Draghi, tra i Paesi stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno ancora la possibilità di diventare una vera potenza.

La scelta, dice, è tra restare un grande mercato esposto alle priorità altrui o compiere i passi necessari per contare davvero. Mettere insieme Stati sovrani senza superare i veti nazionali non basta.

La logica confederale, che domina ancora difesa, politica estera e fisco, produce fragilità. Un gruppo di Paesi che si coordina resta vulnerabile, con interessi divergenti e la possibilità di essere isolato uno alla volta.

Agire davvero insieme significherebbe riscoprire risorse rimaste inattive a lungo, come la fiducia e l’orgoglio collettivo. Per Draghi, le vecchie divisioni interne sono ormai superate da una vulnerabilità condivisa.

La paura può aver dato l’avvio al cambiamento, ma non basta a sostenerlo. Solo una scelta politica comune può permettere all’Europa di affrontare il nuovo scenario globale senza perdere peso, autonomia e capacità industriale.