Corrado Augias: Repubblica, Rai, La7 e il tempo che resta
A 91 anni Corrado Augias ripercorre il declino di Repubblica, l’addio alla Rai e il ruolo di La7, parlando anche del tempo che passa e della fine della vita come parte naturale del ricambio tra generazioni.
A novantun anni, Corrado Augias guarda al presente con lo sguardo di chi ha attraversato intere stagioni del giornalismo e della televisione. Si definisce un testimone del tempo e parla con amarezza del destino di Repubblica, quotidiano che contribuì a far nascere. A fanpage ricorda il contratto firmato prima ancora che il giornale uscisse, nell’ottobre 1975, e l’incarico ricevuto da Eugenio Scalfari per aprire l’ufficio di New York.
Oggi osserva un declino che considera inevitabile. Da un lato pesa la crisi della carta stampata, travolta dall’espansione dell’informazione digitale. Dall’altro punta il dito contro l’editore, John Elkann, ritenuto privo degli strumenti culturali e dell’interesse necessari per guidare una testata con quella storia. Secondo Augias non sarebbe stato compreso fino in fondo il valore intellettuale e morale del giornale, con effetti evidenti sulla sua traiettoria.
Il discorso si sposta poi sulla Rai, ambiente che sente ormai distante. Racconta di programmi che non incidevano né sugli introiti pubblicitari né sugli equilibri politici interni, gli unici parametri che oggi, a suo dire, contano davvero. In questo quadro si è sentito fuori posto, fino alla decisione di lasciare.
Scenario diverso a La7, dove individua il lavoro di Andrea Salerno come decisivo. Salerno, escluso dalla direzione di Rai3, avrebbe trovato in una rete in difficoltà lo spazio per costruire un’identità solida, trasformandola in quella che Augias definisce la nuova Rai3. Molti volti arrivano proprio dal servizio pubblico, mentre altrove, come a Mediaset, profili simili non trovavano collocazione.
Infine il tempo personale. L’idea di una vita senza fine non lo attrae. Parla della figlia sessantenne, dei nipoti trentenni e della continuità tra generazioni. Accetta l’idea di dover scomparire a breve, paragonando la vita a un bosco che perde le foglie e poi rifiorisce, in un ciclo che si ripete.