Minneapolis, l'ansia di un italiano: paura e insicurezza dopo le operazioni dell'Ice
A Minneapolis cresce un clima di tensione e timore dopo le recenti operazioni degli agenti federali per l’immigrazione. Un docente italiano racconta come la paura e l’incertezza stiano cambiando la vita quotidiana di molte comunità, non solo straniere.
Un senso diffuso di allarme, accompagnato da una pressione costante che segna la vita di tutti i giorni. È così che Lorenzo Fabbri all'Adnkronos descrive l’atmosfera che si respira a Minneapolis e in tutto il Minnesota, dove vive da oltre dieci anni e insegna Lingue e Culture francese e italiana all’università statale.
Negli ultimi tempi, dopo la morte dell’infermiere Alex Pretti durante un intervento degli agenti federali per l’immigrazione, alla preoccupazione si è aggiunta una sensazione di totale vulnerabilità. Secondo Fabbri, l’azione dell’Ice viene percepita come una presenza invasiva, esercitata senza controlli reali e in un clima di apparente impunità.
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La paura, spiega il docente originario di Roma, non riguarda una singola comunità. Inizialmente sono stati i quartieri afroamericani ad avvertire il rischio, seguiti dagli immigrati di altre nazionalità. In breve tempo, anche molti cittadini statunitensi hanno compreso di non essere immuni da controlli e abusi, rendendosi conto che le tutele non sono sempre garantite.
All’interno di questo contesto, la comunità italiana vive le stesse incertezze delle altre. La sensazione è quella di trovarsi esposti a interventi improvvisi da parte di agenti spesso incappucciati e inviati direttamente da Washington, con un impatto evidente sulle abitudini quotidiane.
Fabbri racconta di aver cambiato comportamenti che prima dava per scontati. Oggi porta sempre con sé la green card, pur sapendo che perderla potrebbe avere conseguenze serie. Questa necessità costante di dimostrare la legittimità della propria presenza negli Stati Uniti crea una pressione psicologica continua.
Il professore sottolinea però una distinzione importante. Gli italiani, in Minnesota come nel resto del Paese, restano immigrati privilegiati per il colore della pelle e per la tipologia di lavori svolti. Una condizione che impone di riflettere su come stiano vivendo questa fase storica coloro che provengono da Paesi meno considerati o che hanno un aspetto diverso.
Tra i protagonisti delle operazioni contro l’immigrazione irregolare figura Gregory Bovino, capo della Custom and Borders Patrol, con radici familiari italiane. I suoi antenati arrivarono dalla Calabria in Pennsylvania a inizio Novecento, un dettaglio che suscita amarezza e interrogativi tra molti italoamericani.
Secondo Fabbri, è difficile comprendere come chi discende da famiglie che hanno conosciuto la durezza dell’emigrazione possa sostenere pratiche percepite come prive di rispetto per la vita umana. Un contrasto che alimenta ulteriore disagio all’interno delle comunità.
Nonostante tutto, resta la speranza che il governo federale possa fermarsi a riflettere su quanto sta accadendo, magari rivedendo modalità e obiettivi delle operazioni. L’auspicio è che anche all’interno dell’amministrazione presidenziale emerga la volontà di cambiare rotta.
Nel frattempo, ciò che Minneapolis può fare è rafforzare i legami tra le persone. Per Fabbri, l’unica risposta possibile è continuare a sostenersi a vicenda, creare reti di solidarietà e gruppi di supporto, mantenendo viva una voce collettiva capace di opporsi alla paura.