Aneurisma cerebrale scambiato per emicrania: 51enne dimesso dal pronto soccorso, risarcimento da 800mila euro alla famiglia

Un mal di testa scambiato per emicrania, un aneurisma non diagnosticato e un ricovero mancato: una catena di errori clinici ha segnato la vita di un operaio fiorentino e della sua famiglia, portando a una condanna da 800mila euro.

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La vicenda riguarda un operaio di 51 anni che si era presentato al pronto soccorso dell’ospedale fiorentino di Careggi con un dolore alla testa violento e persistente. Nonostante la natura intensa del sintomo, dopo ore di osservazione venne dimesso con una diagnosi di semplice cefalea muscolo-tensiva e una terapia farmacologica standard.

In quell’accesso in ospedale non furono eseguiti esami strumentali fondamentali: nessuna tomografia computerizzata, nessun accertamento neurologico approfondito. La situazione venne trattata come un episodio di emicrania senza segnali di urgenza clinica, consentendo il rientro a casa del paziente.

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Quattro giorni dopo, le sue condizioni peggiorarono drasticamente. Un nuovo accesso d’urgenza rivelò valori pressori estremamente elevati e, solo in quel momento, emerse la reale origine dei sintomi: un aneurisma cerebrale “blister-like” in fase di sanguinamento.

L’intervento endovascolare fu eseguito nella notte, ma il tempo trascorso tra il primo accesso in pronto soccorso e la diagnosi corretta si rivelò determinante. Il sanguinamento prolungato provocò ischemie e vasospasmi, con danni neurologici permanenti che portarono a una grave paresi della parte sinistra del corpo.

Negli anni successivi l’uomo visse con disabilità importanti, fino al decesso avvenuto in seguito ad altre patologie. Le conseguenze cliniche furono direttamente collegate al ritardo diagnostico e terapeutico, che aveva compromesso in modo irreversibile le possibilità di recupero.

La Corte d’Appello di Firenze ha ribaltato la decisione di primo grado, riconoscendo che un corretto protocollo sanitario avrebbe modificato in modo significativo l’esito clinico. Secondo i giudici, già al primo accesso sarebbero dovuti essere eseguiti una TC senza mezzo di contrasto e, in caso di esito negativo, una puntura lombare per l’analisi del liquor.

Questi accertamenti avrebbero consentito di avviare tempestivamente la terapia con nimodipina, farmaco fondamentale nella prevenzione delle ischemie cerebrali da emorragia subaracnoidea. I periti hanno stimato che una diagnosi immediata avrebbe garantito al paziente oltre il 50% di probabilità di recupero completo.

Respinta anche la tesi difensiva che attribuiva parte della responsabilità al comportamento del paziente nel secondo ricovero. I giudici hanno chiarito che la sua iniziale resistenza era conseguenza della compromissione neurologica già in atto e quindi non imputabile a una scelta consapevole.

La sentenza ha stabilito che la rottura dell’aneurisma rientra tra gli eventi naturali, ma che la mancata diagnosi tempestiva e il ritardo nell’intervento hanno compromesso in modo irreversibile la qualità della vita del paziente e della sua famiglia, rendendo legittimo il risarcimento di circa 800mila euro alla moglie e ai due figli.