Trapianto combinato a Bergamo: padre dona rene e fegato alla figlia di 7 anni

Una storia di medicina e di amore: a Bergamo, un padre ha donato rene e fegato alla figlia di sette anni in un unico intervento. Un trapianto mai eseguito prima in Italia, che ha cambiato il destino di una bambina costretta alla dialisi.

trapianto combinato

La prima domanda, al risveglio dall’intervento, non riguardava il dolore né la fatica: “Posso tenerla in braccio?”. Il padre di Sofija, nome di fantasia, voleva solo stringere la figlia dopo averle donato due organi in un’unica operazione. Un gesto che ha segnato una prima assoluta nella chirurgia italiana.

L’uomo, 37 anni, cittadino serbo, è stato protagonista insieme alla figlia del primo trapianto combinato da donatore vivente eseguito nel nostro Paese. A raccontare l’emozione di quel momento è stato il professor Lorenzo D’Antiga, direttore della Pediatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

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Sofija era affetta da una rara malattia genetica che compromette contemporaneamente fegato e reni. La dialisi peritoneale domiciliare occupava fino a 18 ore al giorno, poi l’emodialisi a giorni alterni aveva ridotto ulteriormente la sua libertà. Con l’arrivo della cirrosi epatica, un trapianto di solo rene non era più possibile.

Da qui la scelta di intervenire con un doppio trapianto: un rene e una porzione di fegato, entrambi prelevati dal padre. La famiglia, seguita dalle autorità sanitarie serbe, è arrivata a Bergamo dopo un lungo percorso di valutazioni cliniche, burocratiche e psicologiche, necessario per garantire sicurezza e piena libertà di scelta al donatore.

Il processo è stato complesso. Esami di compatibilità, Tac, risonanze magnetiche e simulazioni digitali hanno permesso ai chirurghi di studiare in anticipo anatomia, volumi e pesi degli organi, grazie a software che consentono una sorta di trapianto virtuale prima di quello reale.

Quando Sofija è giunta in Italia, le sue condizioni erano già molto delicate. È stata subito sottoposta a dialisi e a terapie per stabilizzare la funzione epatica. Solo dopo ulteriori controlli dal vivo si è potuto programmare l’intervento.

L’operazione è durata 18 ore, iniziata la mattina del 18 dicembre e conclusa nel cuore della notte. In due sale operatorie adiacenti si sono alternati sei chirurghi, sette anestesisti e venti tra infermieri e tecnici. Prima il trapianto di fegato, poi quello di rene.

Una squadra multidisciplinare ha reso possibile un risultato che in Italia non aveva precedenti e che, in Europa, è documentato solo in rarissimi casi. La tecnica “split”, già sviluppata a Bergamo per ridurre le liste d’attesa pediatriche, è stata adattata per prelevare dal padre circa il 25% del fegato.

Nei giorni successivi, l’attesa è stata carica di tensione. Poi, lentamente, i parametri sono migliorati. Gli organi hanno iniziato a funzionare regolarmente e Sofija ha potuto staccarsi da macchine e cateteri. Ha ricominciato a muoversi, a sorridere, a correre nei corridoi del reparto.

Il cambiamento è stato rapido. Da bambina stanca e costretta a lunghe terapie, è diventata di nuovo una bambina come le altre: con appetito, energia e voglia di giocare. Presto potrà iniziare la scuola, senza le limitazioni che l’avevano accompagnata per anni.

Il padre, dimesso dopo una settimana, è rimasto accanto al letto della figlia. Quando i medici lo hanno ringraziato per il suo coraggio, ha risposto con semplicità: “Qualsiasi padre farebbe quello che ho fatto io”. Nessuna enfasi, solo la naturalezza di un gesto vissuto come inevitabile.

Dal punto di vista medico, entrambi potranno condurre una vita normale. Il fegato del donatore rigenererà la parte mancante e vivere con un solo rene non comporterà limitazioni. Per Sofija continueranno i controlli e la terapia antirigetto, ma con un vantaggio importante: ricevendo entrambi gli organi dallo stesso donatore, il rischio immunologico è inferiore.

Per alcuni mesi la famiglia resterà a Bergamo, ospitata nelle strutture di accoglienza delle associazioni di volontariato che supportano i pazienti provenienti da lontano. Un periodo di monitoraggio che accompagnerà il ritorno graduale alla normalità.

Di quell’intervento resterà una cicatrice, su due corpi diversi, come segno silenzioso di un legame che ha trasformato la medicina in un atto di amore assoluto.