Vaccino anti-zoster e invecchiamento biologico: segnali di un possibile effetto protettivo

Uno studio su migliaia di anziani indica che il vaccino contro il fuoco di Sant’Antonio non protegge solo dall’infezione, ma potrebbe anche rallentare alcuni processi dell’invecchiamento biologico.

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La vaccinazione contro l’Herpes zoster, noto come fuoco di Sant’Antonio, potrebbe avere un impatto che va oltre la prevenzione dell’infezione. Secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti, chi riceve il vaccino anti-zoster mostra in media un ritmo di invecchiamento biologico più lento rispetto ai non vaccinati.

L’analisi ha coinvolto oltre 3.800 persone con più di 70 anni, monitorate attraverso un ampio studio nazionale sulla salute e sull’invecchiamento. I ricercatori hanno confrontato diversi indicatori biologici, tenendo conto di fattori come condizioni cliniche, stile di vita e caratteristiche socio-demografiche.

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L’Herpes zoster deriva dalla riattivazione del virus della varicella, che rimane latente nell’organismo dopo l’infezione infantile. Il rischio cresce con l’età e con l’indebolimento del sistema immunitario, e può portare a complicanze dolorose come la nevralgia posterpetica.

Oltre alla protezione diretta dall’eruzione cutanea, la vaccinazione sembra associarsi a valori più favorevoli in diversi parametri legati all’età biologica. Tra questi emergono livelli inferiori di infiammazione, un rallentamento dei cambiamenti epigenetici e una minore alterazione dei meccanismi di trascrizione genetica.

Gli studiosi hanno valutato sette ambiti principali, che includono funzionalità immunitaria, stato cardiovascolare, segnali di neurodegenerazione e modificazioni molecolari legate ai geni. Dall’insieme di questi dati è stato ricavato un punteggio complessivo di invecchiamento biologico, risultato mediamente più basso nei soggetti vaccinati.

Un ruolo centrale potrebbe essere svolto dalla riduzione dell’inflammaging, l’infiammazione cronica di basso grado che accompagna l’avanzare dell’età e favorisce patologie come fragilità, disturbi cardiovascolari e declino cognitivo. Limitare questo processo potrebbe contribuire a preservare la funzionalità degli organi più a lungo.

L’effetto non sembrerebbe temporaneo. Anche tra chi aveva ricevuto il vaccino almeno quattro anni prima del prelievo di sangue, i marcatori biologici continuavano a indicare un invecchiamento più lento rispetto ai coetanei non vaccinati.

I ricercatori sottolineano che i meccanismi precisi devono ancora essere chiariti, ma i risultati rafforzano l’ipotesi che i vaccini per adulti possano influire positivamente su più sistemi biologici, aprendo nuove prospettive per strategie orientate a un invecchiamento sano.

Ulteriori studi, soprattutto di tipo longitudinale e sperimentale, serviranno a confermare e approfondire queste osservazioni, ampliando la comprensione del legame tra immunità, prevenzione e qualità della vita nella terza età.