Minneapolis, irruzione dell'ICE: cittadino Usa trascinato nella neve in boxer dopo un blitz notturno

Un’irruzione notturna dell’ICE a Minneapolis finisce in un video virale: un cittadino americano viene portato fuori casa in boxer e Crocs, nella neve, senza spiegazioni. Il caso riaccende il dibattito sui metodi delle autorità federali.

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La scena si consuma in un quartiere residenziale di Minneapolis, con il termometro sotto i meno dieci gradi. Agenti federali dell’ICE sfondano la porta di un’abitazione, entrano con le armi puntate e portano via un uomo quasi seminudo, davanti ai familiari terrorizzati.

Il protagonista è ChongLy Thao, 56 anni, cittadino statunitense naturalizzato di origine hmong, conosciuto da amici e parenti come Scott. Racconta di essere stato in salotto a cantare al karaoke quando un colpo violento alla porta ha fatto precipitare la situazione.

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Thao e i suoi familiari si rifugiano in una camera da letto. Gli agenti li raggiungono in pochi istanti, lo ammanettano e lo conducono all’esterno senza consentirgli di indossare altri vestiti. Addosso ha solo boxer e Crocs. Per coprirsi usa una coperta sottratta al divano, dove dormiva il nipote di quattro anni.

Le immagini, scattate da un fotografo e da alcuni passanti, mostrano l’uomo avvolto nella coperta mentre viene accompagnato verso un veicolo. Foto e video si diffondono rapidamente sui social, alimentando critiche sui limiti dell’azione delle forze federali impegnate nelle operazioni legate all’immigrazione.

Thao racconta di aver provato paura, umiliazione e smarrimento. Durante il trasferimento chiede di poter recuperare un documento d’identità, ma gli viene risposto di muoversi senza perdere tempo. In auto gli vengono prese le impronte digitali e viene scattata una foto segnaletica.

Dopo alcune ore, senza alcun verbale né spiegazioni formali, l’uomo viene riaccompagnato davanti alla porta di casa. Nessuna scusa, nessuna comunicazione sui motivi dell’intervento. La famiglia descrive l’episodio come “degradante e profondamente traumatizzante”.

Nel frattempo, sui social compaiono accuse infondate e insulti, con utenti che giustificano il blitz sostenendo che Thao fosse coinvolto in reati sessuali. La famiglia respinge ogni accusa e parla di una campagna di odio basata su informazioni false.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna interviene successivamente chiarendo che gli agenti stavano cercando due molestatori sessuali condannati segnalati a quell’indirizzo. Secondo la versione ufficiale, un residente avrebbe rifiutato l’identificazione tramite impronte e riconoscimento facciale, motivo che avrebbe portato al fermo temporaneo.

La portavoce Tricia McLaughlin spiega che l’uomo “corrispondeva alla descrizione degli obiettivi” e che, durante un’operazione, è procedura standard trattenere tutte le persone presenti per garantire la sicurezza degli agenti e dei civili.

Per Thao, però, resta il senso di aver visto incrinarsi l’idea di sicurezza per cui la sua famiglia aveva scelto gli Stati Uniti. Un’esperienza che, nel giro di poche ore, trasforma una serata domestica in un caso nazionale.