Aba Youssef ucciso a scuola, il racconto dell'ex di Atif: Dopo le coltellate è venuto da me con il coltello in mano

Una testimonianza diretta ricostruisce le ore precedenti e successive all’omicidio avvenuto in una scuola di La Spezia, tra segnali ignorati, una lite mai risolta e l’incontro sconvolgente subito dopo l’aggressione.

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Parla con voce tesa e parole misurate S., la giovane ex compagna di , il diciannovenne accusato di aver ucciso a coltellate all’interno dell’istituto . Racconta di sentirsi schiacciata dal peso di ciò che è accaduto e di aver scelto di parlare per chiarire la propria posizione, nonostante il senso di colpa e la pressione che la accompagnano.

Il ricordo più vivido è l’istante immediatamente successivo all’aggressione. Atif si presenta davanti a lei con il coltello ancora sporco di sangue. In quel momento, spiega, ogni emozione si azzera. Davanti ai suoi occhi non riconosce più il ragazzo con cui aveva avuto una relazione, ma una persona estranea, irriconoscibile.

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Di Aba, la vittima, conserva invece un legame che affonda nell’infanzia. Si conoscevano dalle elementari, erano cresciuti insieme tra amicizia e confidenza. Lo descrive come un ragazzo solare, legato in modo profondo alla madre e alla famiglia, con un carattere deciso ma mai aggressivo, un tratto che spesso aveva generato attriti con Atif.

Secondo quanto emerso, la lite all’origine della tragedia sarebbe scoppiata per una vecchia fotografia che ritraeva lei e Aba da bambini. Un’ipotesi che la giovane respinge con forza, spiegando che si trattava di un semplice ricordo di classe, privo di qualsiasi significato provocatorio. Anche un’immagine generata con l’intelligenza artificiale, che li mostrerebbe abbracciati, viene esclusa dal suo racconto come elemento determinante.

Nel provvedimento di custodia cautelare, il giudice sottolinea che la ragazza fosse a conoscenza della propensione a delinquere di Atif. Lei ricostruisce l’inizio della loro relazione: un incontro casuale in un momento di fragilità, seguito da un avvicinamento graduale a un ragazzo schivo, silenzioso, sempre in disparte nei corridoi della scuola.

Col tempo, spiega, Atif si sarebbe mostrato capace di attenzioni e cambiamenti. Le giornate trascorse insieme, il mare, i tramonti, la sensazione di averlo reso più aperto e meno cupo. Parallelamente, però, cresceva un lato ossessivo, alimentato dalla paura di essere lasciato.

La giovane racconta anche il contatto con la famiglia di Atif, descrivendo una madre affettuosa e una sorellina appena nata. Allo stesso tempo, riferisce di avvertimenti ricevuti da altre persone, che parlavano di comportamenti inquietanti e di un interesse marcato per storie di serial killer, vissute da lui come semplice attrazione per il mistero.

Frasi pronunciate con leggerezza, come “se non ti posso avere io nessuno potrà”, oggi assumono un peso diverso. All’epoca, spiega, le aveva interpretate come battute infelici, non come segnali di un pericolo imminente. Atif, racconta, aveva persino cambiato stile e atteggiamento per apparire più gradito ai suoi genitori.

Ammette di sapere che il ragazzo avesse problemi di gestione della rabbia e piccoli precedenti, nulla che potesse farle immaginare un omicidio. In pubblico appariva educato e premuroso, ma in privato mostrava una gelosia costante, mai esplicitamente violenta ma sempre presente.

Pochi giorni prima dell’aggressione, dopo la diffusione della fotografia, i due ragazzi avevano discusso. Lei aveva rimproverato Atif per i toni e lo aveva spinto a scusarsi con Aba. Le scuse erano arrivate e sembravano aver chiuso il conflitto.

La mattina del delitto, però, qualcosa le appare subito fuori posto. Atif è silenzioso, parla a bassa voce, appare distante. Più tardi, un commento urlato in arabo e una risata tra compagni sembrano riaccendere la tensione.

Il momento decisivo arriva durante le lezioni. Un bussare alla porta, Atif che entra trafelato, lo sguardo fisso, il gesto di farla avvicinare. Poi la scena: il coltello insanguinato, un insegnante che interviene, Aba a terra che perde sempre più sangue. Un’immagine che la giovane dice di non riuscire a cancellare.

Dopo essere stati chiusi in aula, resta sola con una domanda che continua a tormentarla: chi era davvero la persona che aveva avuto accanto. Oggi afferma di non riconoscere più Atif e sostiene che, oltre al processo, abbia bisogno di un intervento psichiatrico.

Non sarà presente al funerale di Aba, nonostante il desiderio di salutarlo per l’ultima volta. Spiega di sentirsi rifiutata e odiata, anche dai familiari della vittima, e di voler lasciare a loro uno spazio di dolore senza la sua presenza.