Dispersione scolastica in Italia: oltre 216mila giovani tra 18 e 24 anni fuori da scuola e lavoro
In Italia quasi 408mila giovani tra 18 e 24 anni interrompono presto gli studi. Più della metà non lavora né studia, con forti divari territoriali e sociali che rendono la dispersione scolastica una delle principali emergenze educative.
Nel nostro Paese sono circa 408mila i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato prematuramente i percorsi di istruzione o formazione. Rappresentano il 9,8% della popolazione di riferimento, un dato superiore alla media europea del 9,4% e distante dall’obiettivo Ue fissato al 9%. L’Italia si colloca così all’ottavo posto in Europa per incidenza del fenomeno.
All’interno di questo bacino, oltre 216mila ragazzi e ragazze si trovano in una condizione di doppia fragilità: non frequentano percorsi formativi e non risultano occupati. Più di uno su due rientra quindi contemporaneamente tra gli abbandoni precoci e tra i giovani che non studiano e non lavorano, segnale di una difficoltà strutturale nell’accesso sia al lavoro sia a soluzioni formative alternative.
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L’analisi individua un profilo ricorrente tra i più esposti alla dispersione scolastica. L’uscita dal sistema educativo avviene soprattutto tra i 14 e i 16 anni, con un’incidenza maggiore nei percorsi professionali rispetto a quelli tecnici e liceali. Il fenomeno riguarda più spesso i maschi, con un tasso di abbandono quasi doppio rispetto alle femmine, e colpisce in misura rilevante i giovani con background migratorio, in particolare nati fuori dall’Unione europea.
Le differenze territoriali restano marcate. Quasi la metà degli abbandoni precoci si concentra nel Mezzogiorno, mentre il Nord e il Centro presentano valori più contenuti. Determinante anche il contesto familiare: oltre il 70% dei giovani proviene da nuclei in cui i genitori hanno al massimo la licenza media e, spesso, almeno uno dei due non è occupato, con una maggiore incidenza della disoccupazione materna.
A livello europeo, il tasso medio di abbandono precoce si attesta al 9,4%. Alcuni Paesi registrano risultati particolarmente positivi, con valori inferiori al 5%, mentre altri superano ampiamente la media. Negli ultimi dieci anni si osservano andamenti divergenti: in alcune realtà il fenomeno si è ridotto in modo significativo, in altre è invece cresciuto.
Guardando all’occupazione, l’Italia mostra una situazione in linea con la media Ue ma con criticità evidenti. Tra chi ha lasciato gli studi, meno della metà lavora, mentre una quota consistente è disoccupata e attivamente in cerca di un impiego. Rilevante anche il numero di giovani che vorrebbero lavorare ma non riescono a trovare un’occupazione, una percentuale tra le più alte in Europa.
Le cause dell’abbandono emergono come il risultato di fattori intrecciati. Sul piano personale incidono bassa autostima, scarsa motivazione, difficoltà emotive e, in alcuni casi, fragilità di tipo neuropsicologico. A questi si sommano modelli didattici percepiti come poco inclusivi, percorsi formativi distanti dagli interessi degli studenti e una limitata capacità di intercettare precocemente i segnali di disagio.
Pesano anche le condizioni in cui operano le scuole, spesso chiamate a gestire situazioni complesse con risorse limitate, e il ruolo degli insegnanti, che lavorano sotto forte pressione. Fuori dall’ambiente scolastico incidono difficoltà economiche, isolamento sociale, carenza di opportunità nei territori e un basso capitale culturale familiare, elementi che nel tempo indeboliscono il legame con il percorso educativo.
Tra le motivazioni dichiarate dai giovani che hanno lasciato la scuola, spiccano il disinteresse verso lo studio, il desiderio di lavorare per raggiungere l’autonomia economica, la noia provata in classe e la percezione di non essere portati per lo studio. Le ragioni variano anche in base al genere: tra i ragazzi prevale il rifiuto della scuola, mentre tra le ragazze emerge soprattutto la necessità di rendersi indipendenti attraverso il lavoro.
Per affrontare il fenomeno, vengono indicate azioni mirate che vanno dalla prevenzione precoce al rafforzamento dei servizi per l’infanzia, fino a percorsi di recupero e seconde opportunità per chi ha già abbandonato. Centrale è l’attenzione alla persona, con approcci personalizzati che valorizzino competenze, motivazioni e abilità trasversali.
Un ruolo chiave è affidato all’orientamento, da sviluppare fin dai primi cicli scolastici con il coinvolgimento delle famiglie, e alla scuola intesa come presidio educativo e spazio di aggregazione, soprattutto nei contesti più fragili. Fondamentale anche il lavoro in rete tra istituzioni scolastiche, servizi sociali, sanità e territorio, per costruire risposte integrate e tempestive.
In questo quadro si inseriscono iniziative dedicate agli studenti tra i 14 e i 15 anni, pensate per favorire la conoscenza di sé e la scoperta dei propri talenti attraverso esperienze pratiche e momenti di confronto. Percorsi che puntano a rafforzare la consapevolezza delle scelte future e a ridurre il rischio di allontanamento precoce dai percorsi educativi.