Studente ucciso a La Spezia, i compagni accusano la scuola: Era minacciato da giorni
La morte di Abanoud Youssef scuote La Spezia. Gli studenti accusano la scuola di aver ignorato segnali di pericolo e trasformano il dolore in protesta, tra cartelli, slogan e un silenzio carico di rabbia davanti all’istituto.
Da poche decine a una folla compatta. In meno di un’ora la protesta per l’uccisione di Abanoud Youssef, 18 anni, si è trasformata in un raduno imponente davanti all’Istituto Domenico Chiodo. Compagni di classe, amici e studenti di altri licei cittadini si sono uniti per ricordare Aba e chiedere risposte.
Il ragazzo era stato accoltellato venerdì scorso da Zouhair Atif. Secondo molti coetanei, l’aggressione non sarebbe arrivata all’improvviso. “Gli insegnanti sapevano”, ripetono. Raccontano di minacce continue e di un episodio precedente, quando l’aggressore sarebbe stato fermato davanti alla scuola con un coltellino.
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Le accuse non risparmiano l’istituto. Gli studenti contestano la distanza mostrata nel giorno della manifestazione: mentre loro restavano davanti ai cancelli, le lezioni si svolgevano regolarmente. “Non basta dire di essere distrutti, bisogna esserci”, spiegano alcuni ragazzi con voce rotta.
I cartelloni esposti parlano chiaro. Su uno campeggia la scritta “I prof sono complici”. Un gruppo si posiziona all’ingresso principale. Poco dopo le otto, una studentessa sale sulle spalle di un compagno e attacca un foglio con scritto “Vogliamo giustizia”, poi chiude simbolicamente le porte.
Un collaboratore scolastico le riapre subito, ricordando che l’edificio è un luogo pubblico. La tensione cresce. La Digos interviene per evitare che la situazione degeneri. Alcuni ragazzi si allontanano in lacrime, altri restano davanti all’ingresso sollevando nuovi manifesti.
Nessuno entra a scuola. La protesta resta all’esterno, tra slogan e silenzi improvvisi. Nel frattempo, il padre e lo zio di Aba escono dal Palazzo di Giustizia, dove hanno incontrato il procuratore e il magistrato che seguono l’inchiesta.
Alla loro comparsa, gli studenti ricominciano a scandire il nome del ragazzo. Un poliziotto si avvicina al padre, lo abbraccia senza dire nulla. L’uomo abbassa lo sguardo, visibilmente provato.
In quel momento, la folla si ferma. Un minuto di silenzio attraversa il piazzale dell’istituto, spezzato solo dal rumore lontano della città, mentre il nome di Aba resta sospeso nell’aria.