Digiuno intermittente, benefici e rischi per il cuore: cosa dice la scienza

Il digiuno intermittente divide la comunità scientifica: accanto ai benefici su peso e metabolismo emergono dati che invitano alla prudenza, soprattutto per la salute del cuore e per alcune categorie di persone.

digiuno intermittente

Negli ultimi anni il digiuno intermittente è diventato uno dei modelli alimentari più seguiti. La formula più diffusa, la 16/8, alterna sedici ore di astinenza dal cibo a una finestra di otto ore in cui è consentito mangiare. L’obiettivo principale resta il controllo del peso, insieme a presunti vantaggi metabolici.

Secondo diversi studi, questa strategia può favorire alcuni processi di “riparazione” cellulare e migliorare parametri come pressione e profilo lipidico. Tuttavia, non tutta la comunità scientifica considera il metodo una soluzione stabile e universale.

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Il nutrizionista Giorgio Calabrese ha sottolineato come il digiuno significhi, in sostanza, saltare i pasti. Ridurre l’introito calorico può avere effetti antinfiammatori, ma digiunare per motivi clinici non equivale a farlo esclusivamente per dimagrire.

Un ampio studio condotto su oltre 19.000 adulti ha acceso i riflettori sui possibili rischi. I ricercatori hanno osservato che chi concentrava l’assunzione di cibo in meno di otto ore al giorno presentava un aumento significativo del rischio di morte per malattie cardiovascolari rispetto a chi distribuiva i pasti su 12-14 ore.

Il professor Victor Wenze Zhong, primo autore della ricerca, ha spiegato che il dato più sorprendente riguarda proprio la persistenza nel tempo di una finestra alimentare molto breve, associata a un rischio cardiovascolare più elevato.

Questi risultati si discostano da studi di breve durata, che avevano suggerito benefici per la salute cardiometabolica. In questo caso, il monitoraggio si è esteso per otto anni, permettendo di valutare l’impatto delle abitudini alimentari nel lungo periodo.

Il rischio cardiovascolare risulta particolarmente accentuato tra fumatori, persone con diabete o con patologie cardiache già presenti. Per questi soggetti, l’adozione prolungata del digiuno intermittente richiede valutazioni ancora più attente.

L’endocrinologo Anoop Misra ricorda che il digiuno può contribuire alla perdita di peso e al miglioramento di alcuni parametri clinici, ma segnala anche potenziali criticità come carenze nutrizionali, aumento del colesterolo, irritabilità, fame intensa e difficoltà di adesione nel tempo.

Per chi convive con il diabete, un digiuno non controllato può favorire pericolosi cali della glicemia e spingere verso scelte alimentari poco equilibrate nella finestra di consumo. Negli anziani e nei pazienti cronici, invece, il rischio è quello di peggiorare la fragilità e accelerare la perdita di massa muscolare.

Analisi precedenti avevano già mostrato risultati contrastanti: in alcuni casi la perdita di peso era modesta e in parte legata alla riduzione della massa muscolare, mentre venivano segnalati effetti collaterali come debolezza, disidratazione, mal di testa e difficoltà di concentrazione.

La nuova ricerca rafforza l’idea che le indicazioni alimentari debbano essere sempre personalizzate, tenendo conto dello stato di salute e delle evidenze scientifiche disponibili.

Secondo Zhong, la qualità degli alimenti rimane un fattore più determinante rispetto agli orari dei pasti, e l’adozione prolungata di una finestra di sole otto ore potrebbe non rappresentare la scelta più sicura per la prevenzione cardiovascolare e la longevità.