Macchinetta del caffè, 1,60 euro contesi e licenziamento: il Tribunale condanna l'azienda
Un resto mai ricevuto, un recupero davanti al tecnico e un’accusa di furto: così una pausa caffè è diventata un caso giudiziario a Brescia, con un licenziamento poi giudicato eccessivo e risarcito dal Tribunale.
La vicenda nasce da un dettaglio minimo: un distributore automatico non restituisce 1,60 euro dopo l’acquisto di un caffè. Il dipendente segnala l’errore e il giorno seguente, in presenza del tecnico, riesce a recuperare la somma che gli spettava.
Un collega assiste alla scena e interpreta il gesto come un prelievo non autorizzato. Da quel momento la situazione degenera rapidamente: la segnalazione arriva all’ufficio del personale e l’azienda avvia il procedimento disciplinare.
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Nella lettera di contestazione, l’uomo viene accusato di essersi appropriato indebitamente del denaro «approfittando della distrazione dell’operatore dei distributori automatici». A questa ricostruzione si aggiungono altre contestazioni, tra cui uno spintone e presunte minacce rivolte al collega.
Dopo quattordici anni di lavoro, il dipendente viene licenziato per furto. Decide di impugnare il provvedimento davanti al Tribunale di Brescia, chiedendo il riconoscimento dell’ingiustizia subita.
La giudice Natalia Pala ricostruisce l’intera dinamica e valuta la sanzione aziendale come «del tutto sproporzionata» rispetto ai fatti. Il licenziamento viene quindi dichiarato illegittimo sotto il profilo disciplinare.
Il Tribunale condanna l’azienda a versare un indennizzo pari a 18 mensilità di stipendio, pur riconoscendo la risoluzione definitiva del rapporto di lavoro. Il dipendente, che non aveva chiesto la reintegrazione, accetta il risarcimento.
Restano senza conferme decisive le accuse di aggressione e minaccia, ritenute insufficienti a giustificare una misura così drastica. L’intera vicenda si chiude così con un risarcimento economico e una valutazione netta sulla sproporzione del provvedimento disciplinare.