Mario Burlò racconta i mesi nell'incubo venezuelano e le condizioni in cella
Rivissuto l’incubo di oltre 14 mesi di detenzione in Venezuela, l’imprenditore torinese Mario Burlò racconta in prima persona le condizioni atroci nella prigione di Caracas, con isolamento totale e paura costante per la propria vita.
L’imprenditore torinese Mario Burlò è tornato in Italia dopo essere stato liberato dal carcere di El Rodeo I in Venezuela, dove era detenuto da oltre un anno senza accuse formalmente contestate, insieme al cooperante Alberto Trentini.
Burlò ha descritto la prigionia come un’esperienza estrema: celle anguste, contatto con scarafaggi e la sensazione di essere trattenuto senza diritti, isolato dal mondo esterno e senza poter parlare con figli o avvocati, condizioni che ha definito una forma di tortura psicologica.
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L’ex detenuto ha raccontato di aver dormito per lunghi periodi per terra su materassini minuscoli a causa della paura di cadere dai letti a castello e di aver perso molto peso durante la detenzione, che lui stesso ha paragonato a “peggio di Alcatraz”.
La privazione del diritto di difesa e dei contatti con l’esterno ha segnato profondamente i suoi mesi in carcere, tanto da spingerlo a definire il periodo come un vero sequestro di persona, con la costante inquietudine di non rivedere i propri cari.
All’arrivo in Italia, Burlò ha espresso gratitudine per il lavoro diplomatico che ha permesso la sua liberazione e ha ribadito la difficoltà di quei mesi, sottolineando l’importanza di riabbracciare la famiglia dopo un’esperienza che ha messo a dura prova la sua resistenza fisica ed emotiva.