Iran, proteste soffocate e svolta Usa: Trump promette aiuti ai manifestanti

Trump congela i contatti con Teheran dopo la repressione delle proteste e promette sostegno ai manifestanti. Sul tavolo della Casa Bianca restano opzioni militari, cyber e diplomatiche, mentre cresce la tensione internazionale.

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La Casa Bianca interrompe ogni canale di dialogo con Teheran. Donald Trump annuncia lo stop agli incontri con i rappresentanti iraniani, motivando la scelta con la violenta repressione delle manifestazioni che da settimane attraversano il Paese.

Il presidente si rivolge direttamente ai cittadini in piazza, definiti patrioti iraniani, invitandoli a continuare la mobilitazione e a documentare le responsabilità di chi guida la repressione. Secondo Trump, anche una sola vittima sarebbe già un prezzo inaccettabile.

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Le stime sulle vittime restano drammaticamente incerte: le cifre circolate oscillano tra dodicimila e ventimila morti. Il presidente americano avverte inoltre che eventuali esecuzioni dei manifestanti arrestati provocherebbero una risposta durissima da parte di Washington.

Nel suo messaggio, Trump ribadisce che l’obiettivo degli Stati Uniti è la vittoria politica e strategica, lasciando intendere che la fase attuale rappresenta solo l’inizio di una pressione più ampia contro il regime iraniano.

All’interno dell’amministrazione vengono valutate diverse opzioni. Oltre a possibili attacchi militari tradizionali, il Pentagono ha presentato piani che includono operazioni informatiche e campagne psicologiche mirate a colpire le catene di comando e i media statali.

Queste strategie potrebbero essere applicate insieme o separatamente, in un quadro definito di operazioni integrate. Non sono stati però resi noti i potenziali obiettivi digitali né le modalità operative delle iniziative contro l’apparato mediatico iraniano.

Nonostante la durezza del linguaggio, Washington precisa che una decisione definitiva non è stata ancora presa e che la via diplomatica resta formalmente aperta, seppure in una cornice sempre più fragile.

Il riferimento agli aiuti “in arrivo” viene interpretato come un primo segnale concreto di coinvolgimento diretto. A rafforzare questa lettura contribuisce un recente avviso di sicurezza rivolto ai cittadini statunitensi presenti in Iran.

L’allerta invita a lasciare il Paese immediatamente e sottolinea i rischi per chi possiede legami con gli Stati Uniti. Esibire un passaporto americano o una doppia cittadinanza potrebbe infatti portare a fermi o detenzioni.

Washington chiarisce inoltre di non poter garantire assistenza consolare sul territorio iraniano, confermando il clima di crescente instabilità e isolamento.

Nel frattempo emergono indiscrezioni su un incontro riservato tra l’inviato americano Steve Witkoff e Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, residente da anni negli Stati Uniti.

Il confronto rappresenterebbe il primo contatto di alto livello tra l’amministrazione Trump e una figura simbolo dell’opposizione iraniana. Pahlavi da tempo chiede un intervento americano a sostegno dei manifestanti.

Pur senza un riconoscimento ufficiale da parte della Casa Bianca, il colloquio viene letto come un possibile passo preliminare verso un coinvolgimento politico più esplicito.

La posizione americana provoca una reazione immediata della Russia. Mosca definisce inaccettabili le minacce di nuovi attacchi contro l’Iran e condanna ogni interferenza esterna nei processi politici interni.

Secondo la diplomazia russa, le proteste sarebbero state alimentate artificialmente e starebbero già mostrando segnali di rallentamento, aprendo a una possibile stabilizzazione del quadro interno.

Nel mirino finiscono anche i dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti ai Paesi che intrattengono rapporti con Teheran, giudicati un tentativo di pressione economica e politica sui partner internazionali dell’Iran.

Lo scenario resta fluido, con equilibri che potrebbero cambiare rapidamente in base alle prossime mosse di Washington, Teheran e degli attori coinvolti nel confronto diplomatico e strategico.